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Il cambio della targa

L’Ispettorato unico del lavoro: una soluzione deludente
di Fabrizio di Lalla [*]

Di LallaIl ministro Poletti ha tanti motivi per essere soddisfatto. Nell’arco di un anno, infatti, sono stati approvati tanti atti normativi in grado di rivoluzionare molti aspetti del mondo del lavoro. E per di più in tempi accettabili, considerando che, tra l’enunciazione del progetto e l’approvazione delle norme, è passato appena un anno. Un periodo relativamente breve in un paese come il nostro, dove spesso i tempi parlamentari sono biblici. Certo, poi, la bontà dei provvedimenti è ancora tutta da verificare, perché dalla teoria alla pratica ce ne passa; troppe volte siamo stati spettatori del fallimento o travisamento dei dettami della legge nella loro pratica realizzazione. Dicevamo, dunque, delle tante ragioni di compiacimento del Ministro.


Tutte, però, meno una. Ci riferiamo alla rinuncia dell’originario progetto governativo materializzatosi nella legge delega del Jobs Act laddove è prevista un’agenzia con l’obiettivo di unificare tutte le forze della vigilanza in materia di lavoro al fine di eliminare l’attuale frammentazione verificatasi nel corso degli anni, ritenuta a ragione una delle principali cause dell’inadeguatezza del contrasto al lavoro illegale. Ebbene, scorrendo il contenuto dello schema di decreto legislativo per l'istituzione dell’Ispettorato unico del lavoro, che sta facendo il suo iter presso le commissioni parlamentari, ci sembra che la montagna abbia partorito un topolino, oltretutto rachitico. Fuor di metafora, l’ambizioso progetto governativo è stato sostituito da una superficiale verniciatura dell’esistente. Un vistoso passo indietro, o ancor meglio una fuga precipitosa, la cui causa prima va individuata nell’assenza di risorse aggiuntive. Un’assurdità non rara nel settore pubblico.


Qualsiasi imprenditore sa che se vuole ammodernare la sua azienda, deve effettuare i debiti investimenti che in un arco di tempo ragionevole determineranno un aumento di produttività e quindi di redditività. Nella pubblica amministrazione, invece questo semplice concetto non trova il suo spazio perché sono assenti i fondamenti della cultura industriale.

Così, spesso, le cosiddette riforme a spese invariate non determinano alcun sostanziale cambiamento. Lo abbiamo sperimentato nel corso degli anni anche al Lavoro. Chi non ricorda le speranze suscitate e subito deluse dalla riforma delle politiche attive del lavoro degli anni ottanta. Fu un fallimento che il nostro ministero pagò a caro prezzo in termini di efficienza e credibilità.


Di Lalla 10 1La mancata disponibilità di ulteriori risorse anche nel nostro caso sta rappresentando un pericolo mortale per l’attuazione di una vera innovazione. Con le mani legate dal costo zero, chi di dovere ha provato a fare le nozze con i fichi secchi, elaborando ipotesi di lavoro facilmente attaccabili, soprattutto per quel che riguarda la struttura operativa e la gestione del personale, come ha ben sottolineato Stefano Olivieri Pennesi nel suo articolo pubblicato sul numero precedente della nostra rivista.

Tale handicap, unito alle resistenze provenienti da più parti, alcune dotate di notevole potere contrattuale, ha costretto il governo a tornare sui suoi passi. Esaminando, infatti, l’articolato, dopo averlo sfrondato del peggior burocratese con i suoi continui rinvii a leggi, leggine, decreti delegati, presidenziali, regolamenti, articoli, commi, numeri e lettere, emerge la seguente deludente realtà.


La nuova agenzia o Ispettorato unico non sarà un organismo unificante, ma un soggetto pubblico che va a integrare l’esistente. Pur nella sua formale autonomia amministrativa e contabile, avrà le mani legate a doppia mandata dalle ristrettezze finanziarie come quelle correnti e la sua struttura sul territorio non sarà altro che quella periferica del Lavoro, con qualche sede in meno e l’attuale personale dirigente e non, ispettivo e amministrativo, in forza al momento della fase attuativa, coadiuvato dal solito nucleo dei carabinieri. Gli altri operatori, quelli di Inps e Inail, resteranno ognuno a casa propria, cioè all’interno dei rispettivi servizi di vigilanza.


Le risorse strumentali e finanziarie, assolutamente inadeguate, saranno, dunque, esclusivamente quelle assegnate al Ministero per la gestione delle strutture territoriali. Tutto come prima, pertanto, altro che potenziamento. Continuerà a esserci il solito rapporto a tre, con le sue disfunzioni e gli scadenti risultati.


Va detto, a onor del vero, che l’unificazione delle funzioni è prevista nello schema in argomento, ma si farà a babbo morto, per sottrazione. Vale a dire quando l’ultimo funzionario addetto alla vigilanza degli istituti interessati, cesserà dal servizio, fra qualche decennio. E ciò per effetto della creazione d’un ruolo a esaurimento per tale personale.

Al momento e nel decreto delegato, altro d’importante in termini d’organizzazione non c’è. Un collega in modo irriverente ma non molto distante dalla realtà ha definito l’obiettivo di questa riforma il puro e semplice cambio di targa agli ingressi degli uffici periferici del Lavoro. Nulla di nuovo; è già successo altre volte.


Di Lalla 10 2Se la nostra lettura è stata corretta, allora bisogna concludere che sta nascendo una creatura con le armi caricate a salve perché il coordinamento, ritenuto uno strumento salvifico forse per non voler ammettere il fallimento del progetto, non sarà certo l’elemento che potrà modificare l’attuale situazione deficitaria. Infatti, lo si sta sperimentando da anni e finora ha dato risultati deludenti e comunque non risolutivi.

Anche gli obiettivi di razionalizzazione, omogeneizzazione e perequazione per sanare le diseguaglianze delle varie realtà operative sono stati abbandonati. Così quel senso di disagio strisciante, pienamente giustificato, di chi opera in condizioni d’inferiorità rispetto agli altri senza averne responsabilità, parliamo degli ispettori del lavoro, continuerà a serpeggiare e forse è destinato ad aumentare in proporzione alla delusione per questa ennesima occasione perduta. Un disagio che viene ormai da lontano e che non ha nulla a che vedere con forme di risentimento o astio verso i colleghi più fortunati, come qualcuno strumentalmente vuole far credere. Con essi, gli ispettori dell’Inps e dell’Inail, anzi, anche grazie alla vigilanza coordinata, i rapporti sono intensi, cordiali, a volte amicali e in ogni caso di sano cameratismo.


Semmai la critica e la rabbia per la loro condizione mortificante sono rivolte verso il proprio datore di lavoro pubblico che ha permesso tali ingiustificabili diseguaglianze e ora non è in grado o non vuole eliminare. Non si può certo pretendere serenità d’animo se, ad esempio, il salario incentivante continua a essere corrisposto non in proporzione al lavoro svolto o al tasso di produttività individuale ma in base alla propria appartenenza.


Non aver saputo cogliere da parte del governo tale occasione per risolvere tale spinosa questione rappresenta un grave errore. E la cosa più preoccupante è che non c’è traccia nel decreto neanche di una soluzione in prospettiva. I colleghi del Ministero del Lavoro, purtroppo, continuano a essere trattati come fossero i figli di un dio minore.


Non credo che ormai ci sia più lo spazio per ritornare al primitivo obiettivo o per apportare le debite modifiche per sanare le questioni che abbiamo cercato di sottolineare; ma se ci fosse uno spiraglio, il governo cerchi di utilizzarlo. Altrimenti c’è il rischio per la classe dirigente di questo nostro Paese di un’ulteriore perdita di credibilità. Quadrato Arancione

[*] Presidente della Fondazione Prof. Massimo D’Antona (Onlus)

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