Anno XIV - n° 73

Rivista on-Line della Fondazione Prof. Massimo D'Antona

Gennaio/Febbraio 2026

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Anno XIV - n° 73

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La situazione degli infortuni sul lavoro nel Lazio


di Claudio Petrelli [*]

Claudio Petrelli 73

Siamo sempre al punto di partenza: nonostante una normativa di prevenzione infortuni tra le più avanzate al mondo garantita dalla correlazione con la legislazione penale, siamo sempre qui a contare i caduti sul lavoro e i lavoratori che subiscono un infortunio e che diventano invalidi.

Tenendo conto che nel Lazio insistono oltre il 30% delle imprese che operano sul territorio nazionale, il campione è più che valido, per cui sono dati da ritenere non solo rilevanti ma addirittura probanti.

L’INAIL Lazio, durante l’anno scorso, indica che gli incidenti sul lavoro sono aumentati del 7,2% e riguardano soprattutto i lavoratori sopra i 65 anni.

I settori produttivi interessati da questo incremento sono stati: Trasporti, Sanità, Commercio, Vigilanza, Ristorazione e Costruzioni.

I dati forniti relativi all’incremento degli incidenti per fasce di età appaiono incredibili: fascia 65/69 anni, +19%; fascia 70/74 anni, +29%; fascia over 75 anni, +88%.

Questi dati sono riferiti ai sinistri/infortuni sul lavoro registrati all'Inail e, sostanzialmente, confermano che l'incremento occupazionale è riferito non ai giovani, ma a persone notevolmente più grandi di età, espulse dal mondo del lavoro per crisi aziendali o perché il rincaro di beni alimentari e strumentali (es. affitto di casa) sono aumentati in modo tale da ridurre drasticamente il potere di acquisto degli importi delle singole pensioni, insufficienti a garantire una dignitosa esistenza. Una situazione vergognosa che però ha anche altre motivazioni: in molte professioni esistono lunghi periodi di occupazione in nero, che non hanno dato luogo al versamento dei contributi.

Dal canto loro, gli organi di vigilanza coinvolti nell’attività ispettiva per imprese e professionisti (INL, ASL, INPS e INAIL) registrano indici di irregolarità mediamente superiori all’87%. È evidente che se su un campione di 12.000/13.000 aziende si hanno queste percentuali il fenomeno appare molto più diffuso. Se poi aggiungiamo i controlli fiscali e ambientali, si può immaginare di arrivare perfino al 100% di irregolarità.

Vuol dire che fare impresa in modo lecito rischia di diventare quasi impossibile e che le politiche messe in campo appaiono irrilevanti e spingono all'evasione o all'illecito per sopravvivenza. Presumibilmente, anche per una mancanza di semplificazione, assistenza e consulenza pubblica che le Istituzioni non mettono a disposizione, si trasferiscono queste competenze a una nutrita schiera di consulenti di tutti i tipi. E questo enorme disagio, naturalmente, ricade sui lavoratori in termini di contratti di lavoro inadeguati e insicurezza del lavoro.

Ma questa cosa ne spiega anche un’altra molto importante. Gli infortuni sul lavoro hanno motivazioni non solo legate all’omissione dell’applicazione delle norme di prevenzione, ma anche al modo in cui è strutturato il mondo del lavoro, per le norme che lo regolano e lo vincolano. Soprattutto direi per questa ragione.

Petrelli 73 1Negli ultimi venticinque trent’anni anni, il Paese ha assistito a una deregolamentazione progressiva in tema di lavoro attraverso la quale sono stati annichiliti i diritti dei lavoratori, diluendoli spesso in procedure inutili e inefficaci e soprattutto spingendo i lavoratori alla difesa delle proprie richieste attraverso i tribunali. La cancellazione di fatto dell’art.18 della legge 300/70 ha dato luogo a una produzione normativa all’insegna della monetizzazione della dignità e delle aspettative di giustizia.

Gli elementi che hanno accompagnato tutto questo sono legati all’idea di una maggiore libertà d’impresa che avrebbe aumentato la capacità assunzionale, mentre ciò sembra aver determinato precarietà e insicurezza sul lavoro.

Dopo anni di disfacimento organizzativo delle imprese, si è creato un enorme depauperamento delle aziende che trasferivano competenze, risorse umane e strumentali a ditte più piccole, con margini di guadagno ridotte e con pretese inferiori rispetto al processo produttivo nascente. Il risultato finale? Laddove in un cantiere si trovavano un tempo 2 o 3 aziende, ora se ne trovano anche 10-15, che si occupano delle singole fasi di lavoro, una volta curate da un solo soggetto aziendale. Inoltre, il turn-over esasperato di personale, al contrario della fidelizzazione delle maestranze, porta scadimento della qualità e della professionalità.

Ovviamente a questo punto, la sicurezza sembra essere diventato un elemento trascurabile e molte imprese ne colgono più il valore del costo che quello dell’investimento, limitandosi troppo spesso principalmente all’incremento dei profitti.

Il quadro è aggravato in quanto in molte imprese vi è la certezza che le attività di controllo siano limitate dall’esigua efficacia degli enti di vigilanza, ridotti in termini di risorse umane e strumentali.

Anche in termini processuali appaiono problemi molto seri, per la disomogeneità di intervento delle Procure – anch’esse depauperate di risorse e competenze – per cui, solo negli Uffici di grandi dimensioni vi sono PM specializzati nella materia. Ad esempio, accade sempre più spesso che alcuni PM chiedano l’archiviazione “per tenuità del fatto” di procedimenti per i quali, gli organi di vigilanza hanno svolto attività ispettive durate diverso tempo, assolvendo l’imprenditore che ha omesso di tutelare i propri dipendenti, col rischio di ingenerare un senso di impunità sempre più diffuso.

Cosa fare quindi?

Occorre anzitutto intendersi sull’espressione “cultura della sicurezza”. Se intendiamo la formazione diffusa dei precetti normativi e delle specifiche procedure per garantire la sicurezza del lavoro, potrei essere d’accordo. Certamente questa dovrebbe essere garantita sia dalle Istituzioni che dalle imprese. Ma se queste ultime operano per garantire costi minori, di fatto curano solo l’aspetto formale dell’obbligo di legge.
Nel nostro Paese, invece, abbiamo bisogno di concretezza e sostanza, i lavoratori hanno bisogno di certezze per non svuotare i termini e le responsabilità del garantire l’incolumità di esseri umani che, per la loro sopravvivenza, devono lavorare.

Abbiamo bisogno di una normativa più incisiva in termini di responsabilità, ad esempio introducendo l’aggravante dell’omicidio colposo sul luogo di lavoro. Proposta di legge che giace da anni in Commissione e che nessuno evidentemente vuole davvero discutere. Non si capisce perché si preveda per gli incidenti stradali, mentre per quelli che riguardano il lavoro ci sia questa reticenza, nonostante molto spesso ad esito delle indagini si potrebbe parlare di dolo eventuale da attribuire alle responsabilità accertate.

In ultimo, ritengo che sia assolutamente necessaria l’istituzione di una Procura Specializzata per questa tematica, che garantisca a livello nazionale competenza, assistenza e omogeneità nei contenuti, nell’azione investigativa e nei giudizi dei tribunali. Troppa disparità tra grandi e piccoli tribunali, dove in taluni casi, abbiamo magistrati che si confrontano con molteplici materie, senza avere contezza piena di una materia così radicalmente specialistica come quella del lavoro.

Ma la cosa più importante di tutte è tenere ben presente che ogni lavoratore è prima un essere umano, poi un cittadino e lavoratore. I diritti, quindi, non sono in vendita. Ma seguono la nostra esistenza senza alcuna limitazione.

In questo senso, tra le parole e le formule giuridiche da ricordare e portare con noi ogni giorno da quel lontano 1° gennaio del 1948, non si può non riportare l’art. 1 della nostra bellissima Costituzione: “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

Direi, di ripartire da qui. Quadrato Rosso

[*] Funzionario ispettivo dell’Ispettorato di Area Metropolitana di Roma. Il presente contributo è frutto esclusivo del pensiero dell’autore e non impegna l’Amministrazione di appartenenza.

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