Anno XIV - n° 73

Rivista on-Line della Fondazione Prof. Massimo D'Antona

Gennaio/Febbraio 2026

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Anno XIV - n° 73

Gennaio/Febbraio 2026

Politiche economiche, riforme del lavoro ed emigrazione giovanile

È tempo di porsi qualche domanda


di Marco Biagiotti [*]

Marco Biagiotti 2

Il tema dell’emigrazione all’estero dei giovani italiani in cerca di lavoro si riaffaccia ciclicamente nel dibattito pubblico, quasi sempre in occasione della presentazione di qualche nuovo rapporto istituzionale o dei risultati di qualche nuova indagine compiuta da centri di ricerca pubblici o privati. Nella percezione filtrata dai mezzi di comunicazione di massa, l’argomento sembra collocarsi in quella (sempre più) vasta categoria di allarmi sociali ricorrenti e necessari per mantenere viva nel pubblico l’inquietudine derivante dalla sensazione che per le stanze di casa vaghi sempre qualche animale non meglio identificato, ma sicuramente di grossa taglia. In realtà, il problema dei giovani italiani che lasciano l’Italia per cercare migliori opportunità di lavoro e di vita in qualche paese straniero viene affrontato quasi sempre in termini monodirezionali, concentrando l’attenzione sulla consistenza e sulla composizione dei flussi in uscita e sul corollario che ne deriva in termini di perdita economica per il Paese.

Biagiotti 73 1A nostro giudizio, questa impostazione non consente di cogliere sino in fondo la natura complessa (e, per certi aspetti, contraddittoria) di un fenomeno che presenta anche importanti risvolti di carattere culturale e sociale ed al quale, per inciso, non è estraneo il peggioramento della qualità delle condizioni di lavoro verificatosi nel nostro Paese nel corso degli ultimi anni. Un contributo stimolante all’implementazione dell’analisi in tal senso è quello proposto, sulle pagine di questa rivista, da Pietro Napoleoni nella sua recente analisi sulle aspettative dei giovani che si affacciano nel mondo del lavoro a valle del ciclo formativo e sui fattori di inattrattività del mercato del lavoro italiano[1]. Fattori che – aggiungiamo noi – possono essere in buona misura ascritti a corollario delle robuste iniezioni di deregulation che hanno caratterizzato lo spirito delle riforme in materia lavoristica dagli anni ’90 in poi. Proprio muovendo da tale assunto, peraltro, si avverte la necessità di poter disporre di indagini che, sulla base di rilevazioni oggettive, permettano di studiare il fenomeno migratorio in chiave bidirezionale, confrontando per classi il più possibile omogenee le caratteristiche dei flussi di giovani in uscita e in entrata nel nostro Paese nel tentativo di migliorare la nostra comprensione del fenomeno e (perché no?) iniziare a riflettere sulla possibile incidenza degli effetti (non previsti) delle riforme socio-economiche introdotte negli ultimi 20-30 anni rispetto all’attuale grado di attrattività del sistema-Italia sui giovani provenienti dai Paesi che siamo normalmente abituati a considerare ‘avanzati’.

Su questo ancora poco esplorato terreno d’indagine è oggi possibile compiere qualche passo in avanti grazie alla messe di informazioni contenute nel rapporto presentato al CNEL il 4 dicembre scorso[2], che aiutano a orientarsi fra le molte e diseguali criticità connesse al duplice fenomeno dell’emigrazione interna ed esterna di persone comprese nella fascia di età che va da 18 a 34 anni. Pur nell’impossibilità di condensare in poco spazio i risultati della ricerca[3], ci sembra tuttavia interessante sottolineare come essa si sviluppi lungo una linea di forte ancoraggio della dimensione migratoria a quella economica complessiva del nostro Paese. Fa perno in tal senso la considerazione secondo cui l’emigrazione dei giovani italiani verso l’estero ha iniziato ad assumere uno spessore numericamente significativo a partire dal 2011, cioè in una fase storica caratterizzata dalla più grave crisi economica e finanziaria che l’Italia abbia attraversato dagli anni del dopoguerra in poi. Si tratta, peraltro, di una considerazione che non oblitera la consistenza motivazionale di scelte che, in molti casi, vengono compiute per ragioni soggettive non necessariamente riconducibili a specifiche condizioni di necessità nelle realtà di partenza. In uno spazio europeo caratterizzato da libertà di movimento, circolazione di informazioni e intensità di scambi può, in fondo (ed entro certi limiti), non destare meraviglia il fatto che un elevato numero di rappresentanti della ‘generazione Schengen’ si senta incoraggiato a spostarsi in cerca di esperienze e di nuove opportunità, scegliendo di ampliare (magari a più riprese e per periodi di tempo determinati, come avverte la Fondazione Migrantes nell’ultima edizione del suo rapporto sugli italiani nel mondo)[4], il proprio orizzonte esistenziale al di fuori dei confini nazionali[5]. In un ventennio (2006-2025), questa considerazione sembra avvalorata dal raffronto tra 1 milione e 644mila espatri e 826mila rimpatri, con un saldo migratorio negativo pari a -817mila cittadini, giovani e non; ma il fenomeno appare più complesso se, come suggerisce la stessa Fondazione, il periodo viene scomposto in fasi successive più brevi. Ad esempio, la fase dal 2006 al 2010, che precede la grande crisi finanziaria internazionale, “è contraddistinta da una mobilità relativamente contenuta e bilanciata” [6]; la fase dal 2011 al 2014 presenta a una forte accelerazione degli espatri (da 50mila a 89mila), mentre i rimpatri si attestano su una media annua di circa 30mila[7]; la fase dal 2015 al 2019 vede crescere gli espatri sino alla media annua di circa 114mila, ma “cresce anche il numero di italiani che rientrano (45mila l’anno)” con relativo calo del saldo migratorio negativo[8]; la fase dal 2020 al 2022 vede l’espatrio di circa 315mila italiani che si trasferiscono all’estero malgrado le restrizioni ai movimenti internazionali per effetto della crisi pandemica, ma anche il rimpatrio di 205mila cittadini “sospinti dall’incertezza sanitaria e dalla convenienza a riportare la residenza in Italia, anche alla luce delle regole fiscali per gli “impatriati” [9].

Biagiotti 73 2Al netto dei molteplici fattori sociali e culturali che incidono sulla scelta di lasciare l’Italia per andare a lavorare all’estero, l’incidenza del saldo migratorio giovanile contemporaneo presenta caratteri atipici rispetto ai flussi più consistenti che si registravano in un passato nemmeno troppo remoto. Nell’attuale fase storica è soprattutto il contesto demografico del Paese ad amplificare gli effetti negativi dell’impoverimento di capitale umano. Nel periodo 2011-2024 il saldo migratorio totale risulta negativo per circa 781mila unità, di cui 441mila appartenenti alla fascia di età 18-34 anni (630mila emigrati contro 189mila immigrati)[10]. Sebbene il saldo negativo annuale nel periodo considerato non sia lontanamente paragonabile a quello di 70, 100 o 150 anni fa[11], le preoccupazioni per le possibili conseguenze di natura sociale ed economica in grado di incidere sulle prospettive di crescita del Paese appaiono oggi più marcate, soprattutto in considerazione del calo complessivo del numero di persone in età compresa fra 18 e 34 anni, passate da 15,2 milioni nel 1994 a 10,4 milioni alla fine del 2024 malgrado il flusso di immigrazione proveniente da paesi stranieri (soprattutto extra-UE)[12]. E poiché il 56,5% degli italiani che sono andati all’estero nel periodo 2011-2024 rientrava nella fascia di età 18-34 anni, ne deriva che “i giovani italiani che sono emigrati costituiscono quasi il 5% dei giovani residenti nel 2024 e di tanto ne hanno ridotto la consistenza.” [13]

A parte la consistenza numerica assoluta, la differenza principale rispetto alle ondate migratorie del passato riguarda il livello medio di istruzione dei partenti, un tempo decisamente più basso. Oltre il 40% di coloro che si sono trasferiti all’estero nel 2024 era in possesso di una laurea, a fronte di una media nazionale del 31,6% su tutta la popolazione residente di età compresa tra 25 e 34 anni. Ciò significa che le persone che scelgono di lasciare l’Italia sono, mediamente, in possesso di un’istruzione più alta di quelli che restano; il che, da un lato, accentua l’impoverimento culturale di un Paese che, nel confronto internazionale, non brilla per numero di laureati, come confermano anche i dati del recente rapporto OCSE sull’argomento[14]; dall’altro, sembra lasciare emergere il paradosso di una difficoltà del sistema produttivo interno ad assorbire l’offerta lavorativa qualificata disponibile, il che spinge una parte consistente di essa a cercare altrove opportunità adeguate al livello di formazione conseguito[15].

Biagiotti 73 3Le rilevazioni ISTAT sulle migrazioni, interne e oltre i confini, della popolazione residente forniscono elementi di riflessione utili per comprendere meglio le dinamiche degli scambi di risorse umane fra l’Italia e i paesi stranieri. Se prendiamo in considerazione il biennio 2023-2024, si osserva che sono circa 270mila i cittadini italiani che hanno deciso di lasciare l’Italia (+39,3% rispetto al biennio precedente), ai quali si devono aggiungere circa 80mila cittadini stranieri. In totale, quindi, nel biennio considerato sono uscite circa 350.00 persone[16], ma ne sono entrate complessivamente molte di più (circa 874mila, fra cui 114mila italiani di ritorno)[17], senza peraltro compensare del tutto il calo demografico generale dovuto alla denatalità. Si può tentare di valutare l’incidenza di questi movimenti sulla qualità dell’offerta in relazione alle esigenze del nostro mercato del lavoro con riferimento alla componente giovanile 18-34 anni, che mostra una quota di italiani in uscita pari a circa 135mila nel biennio, a cui si aggiungono 21mila stranieri, contro 388mila in entrata, dove però la componente straniera (oltre 354mila) sovrasta nettamente quella italiana di ritorno (circa 34mila). La maggiore propensione dei giovani italiani a spostarsi all’estero piuttosto che rientrare nel proprio Paese si concretizza, fra uscite ed entrate, in un saldo negativo pari a poco meno di 100mila unità in due anni. Forse non è abbastanza per parlare di fuga in massa di giovani talenti dall’Italia, stante anche un saldo totale positivo pari a circa 234mila unità nel biennio, ma è comunque un dato significativo sul quale vale la pena di soffermare l’attenzione, cercando magari di comprendere se – in un contesto internazionale di grande facilitazione della mobilità, specie in ambito europeo - i giovani che arrivano da Paesi con un grado di sviluppo socio-economico confrontabile con quello italiano riescano a rimpiazzare coloro che decidono di partire, la maggior parte dei quali possiede un’istruzione secondaria o terziaria.

Una valutazione in termini qualitativi dello scambio di flussi giovanili in entrata e in uscita dal nostro Paese può essere tentata con riferimento al grado di istruzione posseduto dai giovani che si muovono in entrambe le direzioni. I dati ISTAT relativi al periodo 2011-2024 permettono di rilevare il progressivo aumento, in percentuale, del numero di giovani laureate/i che lasciano l’Italia. A fronte di una media per l’intero periodo del 33,6% di giovani emigrati con livello di istruzione alto (laurea o più), contro il 38,6% di diplomati e il 27,8% di non-diplomati, si nota un’impennata generale di laureati a partire dal 2018/2019 che, partendo dal 25,7% del 2012, raggiunge un picco del 44,2% nel 2023. Dal rapporto E.U.R.E.S. per la Consulta Nazionale Giovani e per l’Agenzia Nazionale per la Gioventù, pubblicato ad aprile 2024, apprendiamo che “la forte crescita della migrazione dei laureati italiani all’estero (+281,3% tra il 2011 e il 2021, passando da 4.720 a 17.997) ha investito trasversalmente il Paese, assumendo tuttavia i valori più alti tra i giovani del Sud (+402,1%, passando da 1.025 nel 2011 a 5.147 nel 2021), a fronte di un valore in linea con la media nazionale al Centro (+283,2%) e leggermente inferiore per le regioni del Nord (+237,4%)” [18]. Dunque, l’evoluzione del fenomeno emigratorio giovanile negli ultimi anni sembra rivelare un aumento delle partenze di giovani italiani con titoli di studio più alti e una riduzione delle uscite di quelli con titoli di studio più bassi, peraltro con intensità fortemente differenziate su base territoriale[19]. Ma quale corrispondenza c’è fra esportazione e importazione di competenze formative tra i flussi in uscita e in entrata dei giovani emigranti? Ed inoltre, è possibile misurare il livello di attrattività dell’Italia in generale – e delle diverse aree del Paese in particolare - per i giovani dei Paesi verso i quali i loro coetanei italiani si trasferiscono maggiormente?

Biagiotti 73 4Un primo contributo in tal senso ci viene dal raffronto fra i dati ISTAT delle cancellazioni dalle anagrafi comunali dei giovani italiani fra 18 e 34 anni di età emigrati nel periodo 2011-2024 verso le 10 principali destinazioni estere[20] e le iscrizioni alle anagrafi comunali dei giovani di pari età provenienti dagli stessi 10 paesi. Sebbene limitato al solo aspetto quantitativo, il rapporto tra i due flussi offre un buon indicatore del grado di asimmetria fra entrate e uscite in base alla destinazione; un’asimmetria che, per l’insieme dei 10 Paesi considerati, si può esprimere con una proporzione di 9 italiani 18-34enni emigrati per ogni coetaneo straniero immigrato; ma è una media che nasconde situazioni molto differenziate.  Ad esempio, il rapporto è di 13:1 con l’Irlanda e la Germania, 18:1 con il Regno Unito, addirittura 44:1 con la Svizzera[21]. In ogni caso, il rapporto è negativo per l’Italia rispetto a tutti i Paesi del confronto, il che rende difficile evitare l’impressione che il nostro Paese venga generalmente percepito come una meta poco ambita dai giovani stranieri provenienti da luoghi diversi da quelli di origine delle classiche rotte della disperazione che attraversano il Mediterraneo. Non meno interessante, poi, è analizzare tale asimmetria in relazione all’origine territoriale dei giovani italiani che partono per le 10 destinazioni estere più attraenti. In questo caso, si nota che i maggiori scostamenti rispetto al rapporto medio nazionale uscite/entrate di 9:1 si registrano per le regioni meridionali: ad esempio, 30:1 per la Calabria; 28:1 per la Sicilia; 24:1 per la Campania; 19:1 per la Basilicata; 16:1 per la Puglia. L’entità di questi rapporti, peraltro, non riflette le quantità assolute di giovani emigrati dalle singole regioni. Il maggior numero di cancellazioni anagrafiche nel periodo oggetto di indagine si registra infatti in Lombardia (86.177), che però mostra un grado di asimmetria tra uscite ed entrate relativamente basso (6:1) grazie al fatto che questa regione riceve, rispetto a tutte le altre, il numero di gran lunga maggiore di giovani provenienti dai 10 Paesi selezionati (13.902). Considerando poi i dati territoriali su base macro-regionale, l’asimmetria più elevata si registra per il Mezzogiorno nel suo complesso (rapporto 20:1) ed è dovuta principalmente al basso numero di nuove iscrizioni, piuttosto che all’alto numero di cancellazioni[22]; per contro, la massa più consistente di giovani in uscita verso i 10 Paesi avanzati si è mossa, nell’arco di tempo sopra considerato, dalle regioni del Nord, da cui è partita quasi la metà dei circa 486mila giovani italiani che hanno scelto di stabilirsi altrove.

Quanto al bilancio del capitale umano qualificato, dai dati ISTAT apprendiamo che, con riferimento “ai migranti tra 25 e 34 anni in possesso di un titolo di studio terziario, nel periodo 2019-23 si registra una perdita netta di giovani laureati italiani pari a 58mila unità (…)” a fronte di un incremento di giovani laureati stranieri pari a 68mila unità, con un guadagno netto pari a circa 10mila unità[23]. Poiché questo dato prende in considerazione tutte le possibili destinazioni estere dei giovani italiani e tutte le possibili origini estere di partenza dei flussi in entrata, è significativo notare che il 13,6% dei giovani immigrati stranieri laureati che arrivano in Italia proviene da Stati membri dell’Unione Europea, il 15,8% arriva da altri Paesi europei, circa un terzo dall’Asia, mentre il 17,8% arriva da Paesi del Sud America. In direzione opposta, invece, i giovani laureati italiani scelgono soprattutto i Paesi europei come destinazione privilegiata per espatriare: “Nel quinquennio 2019-23, Regno Unito e Germania ne hanno accolti complessivamente un terzo (29mila), seguite da Francia e Svizzera, che ne hanno attratti ciascuna 8mila” [24]. In altri termini, quando il campo di indagine si limita ai Paesi stranieri che i giovani italiani considerano più appetibili, in quanto più vicini geograficamente e/o più avanzati sotto l’aspetto delle opportunità professionali e sociali, l’Italia sconta un deficit di attrattività sulla cui analisi occorrerebbe, forse, maggiore attenzione istituzionale di quella che normalmente le viene riservata; un deficit che trova indiretta conferma anche nei dati sulla circolazione di persone tra i Paesi europei caratterizzati da livelli di sviluppo simili[25]. Attraverso i dati EUROSTAT, rielaborati nel citato rapporto CNEL, è infatti possibile ricostruire per il periodo 2011-2023 gli scambi complessivi fra i 10 Paesi europei verso i quali i cittadini italiani di qualunque età si sono diretti maggiormente (in ordine percentuale: Regno Unito, Germania, Svizzera, Francia, Spagna, Paesi Bassi, Belgio, Austria, Irlanda e Danimarca) e fra questi e l’Italia. Il quadro che ne emerge è poco confortante, poiché per ogni 10 italiani emigrati verso nazioni europee avanzate, un solo cittadino proveniente da quel blocco di nazioni è venuto a stabilirsi in Italia; fenomeno che risulta ulteriormente aggravato dal fatto che il nostro Paese vanta anche un primato negativo rispetto alle migrazioni transfrontaliere. Se si concentra la stessa indagine sui cittadini di età più giovane (parliamo sempre del periodo 2011-2023), il quadro appare ancora più fosco: l’Italia risulta infatti essere la meta preferita appena per l’1,9% dei giovani 20-34enni stranieri provenienti da Paesi avanzati, contro il 20% della Germania, il 15,4% della Spagna e il 15,1% della Francia, a conferma della scarsa considerazione di cui gode agli occhi dei giovani cittadini dei Paesi con cui dovremmo considerarci simili (anche grazie alle politiche riformiste attuate negli ultimi decenni), ma dai quali arriva mediamente un giovane ogni 14,5 giovani italiani che vi si recano.

Biagiotti 73 5Non è questa la sede per avventurarsi in considerazioni sulle cause di un simile squilibrio che, nella comunicazione prevalente, viene dissimulato dal bilancio complessivo degli scambi demografici con tutte le altre mete di destinazione e di origine dei flussi migratori, a valle dei quali il saldo per l’Italia risulta comunque positivo. Riteniamo però che andrebbero indagate meglio le ragioni che spingono i giovani stranieri dei Paesi avanzati a preferire quasi sempre destinazioni diverse dall’Italia. Uno dei fattori determinanti in tal senso va probabilmente ricercato nelle peggiori condizioni di vita e di lavoro che l’Italia è oggi in grado di offrire rispetto ai Paesi ‘concorrenti’ e che si traduce in una emorragia di giovani lavoratrici e lavoratori con elevata formazione culturale. La visione idealista e un po’ romantica dei giovani italiani cosmopoliti che partono seguendo il richiamo dell’Europa in cerca di esperienze umane e professionali appare pertanto soverchiata dalla realtà di un Paese che, dopo una lunga e faticosa rincorsa agli standard socio-economici dettati da severi accordi internazionali, non sembra più in grado di offrire alle nuove generazioni una prospettiva esistenziale migliore di quella delle generazioni precedenti. Lungi da noi voler trarre conclusioni affrettate invadendo il campo degli esperti di riforme economiche e del lavoro che dominano il dibattito pubblico. Ci auguriamo almeno che, dopo decenni di cure da cavallo dell’economia e profonde riforme in ogni campo della vita sociale, culturale, economica e lavorativa, i segnali di sfiducia che molti giovani italiani (e ancor più i giovani europei) manifestano verso la possibilità di costruirsi un futuro in Italia inducano quegli stessi esperti a verificare se tutte le scelte compiute in nome della crescita e dello sviluppo del Paese abbiano realmente prodotto il miglior risultato possibile. Quadrato Rosso

Note

[1] P. Napoleoni, “Non è un Paese per giovani. Dalla formazione al mercato del lavoro”, Lavoro@Confronto, n. 72, Novembre-Dicembre 2025, pp. 28-31.

[2] Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL), in collaborazione con REF Ricerche: “L’attrattività dell’Italia per i giovani dei paesi avanzati”, a cura di Valentina Ferraris e Luca Paolazzi, Roma, Ottobre 2025 (https://static.cnel.it/documenti/2025/8d714221-5082-45b2-81d2-2c6af468e749/Cnel_Rapporto_Giovani_2025.11.25.pdf).

[3] Per la consultazione integrale, si rimanda al seguente link: https://static.cnel.it/documenti/2025/8d714221-5082-45b2-81d2-2c6af468e749/Cnel_Rapporto_Giovani_2025.11.25.pdf

[4] “Negli ultimi vent’anni la mobilità internazionale dei cittadini italiani è diventata un tratto strutturale del Paese. Le partenze non sono più un fenomeno episodico, ma un flusso continuo che coinvolge profili diversi per età, titolo di studio e traiettorie professionali. Accanto a questo, i ritorni hanno accompagnato l’intero periodo in misura variabile, mostrando come l’esperienza migratoria italiana sia sempre più circolare: si parte, si rientra, talvolta si riparte” (Fondazione Migrantes, “Rapporto italiani nel mondo 2025 - Sintesi”, Tav Editrice, Roma, 2025, pag. 8).

[5] “Sul piano delle motivazioni si mescolano curiosità, passioni, ambizioni, desideri, interessi, sogni. Spaccandole dicotomicamente possiamo distinguere le emigrazioni tra quelle dettate da necessità e quelle guidate da scelte. Le prime appartengono soprattutto a chi vive in condizioni di minor agio se non di difficoltà, ha origini familiari meno fortunate (per reddito e istruzione dei genitori) ed è dotato di un bagaglio culturale più povero (avendo interrotto il percorso di istruzione a uno stadio inferiore). Le seconde sono prerogativa di quanti godono di posizioni di partenza di vantaggio (famiglie agiate e istruite) e hanno possibilità di maggior benessere presente e hanno completato gli studi terziari o desiderano (e hanno i requisiti reddituali) completarle all’estero, e comunque possono ambire a migliori ed elevate carriere lavorative” (CNEL, cit., pag. 19).

[6] Fondazione Migrantes, cit., pp. 8-10: “Gli espatri sono stabilmente a quota 40 mila l’anno, in media, mentre i rimpatri si attestano a 33 mila l’anno; il saldo migratorio del quinquennio restituisce un deflusso netto di 37 mila italiani all’estero”.

Biagiotti 73 6 [7] Ibidem: “La combinazione dei due effetti provoca un peggioramento del saldo migratorio che, nel 2014, raggiunge il picco negativo di -60 mila, mentre in tutto il periodo si accumula una perdita pari a -170 mila italiani.”

[8] Ibidem.

[9] Ibidem.

[10] Il flusso in uscita potrebbe, in effetti, risultare sottostimato a causa della mancata registrazione di molti emigrati presso l’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero e della eliminazione di controlli alle frontiere per effetto degli accordi europei in materia di libera circolazione delle persone.

[11] Solo per citare alcuni dati: gli espatriati nel 1896 furono 307.482; nel 1901 furono 533.245; nel 1906 furono 787.977; nel 1913 furono 872.598; nel 1923 furono 389.957; ancora nel 1961 furono 387.123. Per tutto il periodo della grande emigrazione il saldo migratorio è rimasto fortemente negativo, con punte che arrivarono a -642.211 unità nel 1906, a -696.574 nel 1913, a -536.113 nel 1920 per proseguire senza soluzione di continuità nel dopoguerra, con effetti significativi ancora per tutti gli anni ’50 e ’60 (-189.509 nel 1956). Per una ricostruzione storica dell’entità dei flussi emigratori dall’Italia verso l’estero si rimanda alle Serie Storiche dell’ISTAT, Popolazione e società – Emigrazione italiana e rimpatri - Espatriati e rimpatriati per destinazione e provenienza europea o extraeuropea - Anni 1869-2014.

[12] “Nonostante il suo fondamentale apporto alla dimensione della popolazione italiana, l’immigrazione straniera in Italia ha caratteristiche sociali, valoriali, educative e motivazionali molto differenti da quelle dei giovani italiani che contemporaneamente emigrano verso gli altri Paesi avanzati. Gli immigrati stranieri di oggi in Italia assomigliano, invece, agli emigrati italiani di ieri per grado di istruzione, origini socioeconomiche, motivazioni della partenza (pur con le dovute distinzioni riguardo a religione e tecnologie digitali, per esempio)” (CNEL, cit., pag. 20).

[13] CNEL, cit., pag. 21.

[14] Cfr.: OCSE (2025), Education at a Glance 2025: Indicatori OCSE, OECD Publishing, Parigi, https://doi.org/10.1787/1c0d9c79-en ; con particolare riferimento all’Italia e al suo sistema di istruzione: https://www.oecd.org/it/publications/uno-sguardo-sull-istruzione-2025_5300488b-it/italia_4ffdb23f-it.html

[15] “Dunque, il difetto non è tanto o soltanto nell’incapacità del sistema formativo di sfornare un numero adeguato di laureati, quanto e soprattutto nella riluttanza del sistema delle imprese a impiegarli. Una riprova di ciò è nella stretta correlazione tra la quota di popolazione indigena 25-64enne con laurea e la stessa quota tra gli immigrati: l’Italia appare un outlier nei Paesi OCSE con i livelli più bassi di entrambe” (CNEL, cit. pag. 21).

[16] Al riguardo, i dati ISTAT diffusi il 20 giugno 2025 segnalano che nell’arco di tempo che va dal 2011 al 2024 è proprio quest’ultimo anno a far registrare una sensibile impennata di uscite rispetto al trend, debolmente crescente, del restante periodo. Peraltro, il valore minimo di uscite registrate nei 15 anni considerati è quello relativo al primo anno della serie (2011) con ‘appena’ 88.859 partenze di cittadini italiani, ossia poco più della metà di quelle del 2024. Cfr.: https://www.istat.it/wp-content/uploads/2025/06/Report-MIGRAZIONI-INTERNE-E-INTERNAZIONALI-DELLA-POPOLAZIONE-RESIDENTE-ANNI-2023-2024-1.pdf

[17] Nel biennio 2023-2024 L’incremento medio del flusso in ingresso è risultato pari al 6,4% rispetto al 2022, “trainato esclusivamente dalla variazione positiva degli ingressi dei cittadini stranieri (+13%)”, mentre “i rimpatri degli italiani hanno subito una flessione del 23,6%” (ISTAT, “Migrazioni interne e internazionali della popolazione residente - Anni 2023-2024”, 20 giugno 2025.pag. 4).

Biagiotti 73 7 [18] https://agenziagioventu.gov.it/giovani-2024-il-bilancio-di-una-generazione-pubblicato-il-rapporto-eures-per-il-consiglio-nazionale-dei-giovani-e-lagenzia-italiana-per-la-gioventu/ (si veda, in particolare, il paragrafo “L’emigrazione giovanile”, pp. 33-38).

[19] “La dinamica ascendente è stata più costante nel Nord-ovest, dove si è anche raggiunto il valore massimo tra le macro-aree [ossia, tra titolo di studio basso, medio e alto – n.d.r.]: dal 25,7% del 2012 al 49,8% del 2023, mentre nel Nord-est il livello era più alto all’inizio del periodo (31,0% nel 2012), poi è rimasto pressoché costante fino al 2019, quando ha iniziato a salire e rapidamente ha raggiunto il 48,5% nel 2023. Dinamica ancora diversa al Centro, con un aumento nei primi tre anni più lento di quello del Nord-ovest, fino al 2019, allorché si è impennata e ha continuato a salire poi, passando così dal 25,0% del 2012 al 46,6% del 2023. Nel Mezzogiorno, infine, la partenza è avvenuta da valori molto inferiori (22,4% del 2012) e la crescita è stata più lenta, cosicché il valore finale risulta ancora più distante di quanto fosse all’inizio da quello delle altre macro-aree (34,3% nel 2023)” (CNEL, cit., pag. 53).

[20] In base al numero di giovani italiani espatriati nel periodo 2011-2024, i primi 10 Paesi di destinazione (da cui però sono stati espunti, per ragioni diverse, Brasile e Australia) sono nell’ordine: Regno Unito, Germania, Svizzera, Francia, Spagna, USA, Paesi Bassi, Belgio, Austria e Irlanda (cfr. CNEL, cit., pp. 111-113).

[21] Ibidem. Si tenga comunque presente che il rapporto uscite/entrate è del tutto indipendente rispetto alla quantità numerica di persone che partono per / arrivano da un determinato Paese.

[22] Ibidem. Considerando le dimensioni territoriali e demografiche delle diverse regioni, colpisce il numero esiguo di giovani stranieri dei 10 Paesi che nel periodo 2011-2024 hanno scelto di trasferirsi in Campania (1.793), in Sicilia (1.870) o in Calabria (627) al confronto con coloro che – a parte il caso della già ricordata Lombardia – hanno scelto l’Alto Adige (2.504), il Piemonte (4.046), il Lazio (7.462) o la Toscana (4.593).

[23] ISTAT, report “Migrazioni interne e internazionali della popolazione residente - anni 2023-2024”, 20 giugno 2025, pp. 7-8.

[24] Ibidem.

[25] “In quanto indicatore di attrattività, le scelte migratorie che contano sono quelle tra Paesi che abbiano un alto grado di uniformità nello sviluppo economico, proprio perché altrimenti le motivazioni che sono alla base di quelle scelte rischiano di essere troppo disomogenee e non realmente confrontabili tra di loro, viziando in questo modo il concetto stesso di attrattività” (CNEL, cit., pag. 118).

[*] Dipendente del Ministero del Lavoro dal 1984 al 2009 e, dal 2009 ad oggi, del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro. Ha collaborato alla realizzazione della collana di volumi “Lavoro e contratti nel pubblico impiego” per la UIL Pubblica Amministrazione. Dal 1996 al 2009 è stato responsabile del periodico di informazione e cultura sindacale “Il Corriere del Lavoro”. Dal 2011 al 2023 ha collaborato alla redazione del notiziario “Mercato del lavoro e Archivio nazionale dei contratti collettivi” del CNEL

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