
L’invecchiamento della popolazione rappresenta una delle trasformazioni più profonde delle società contemporanee e pone interrogativi che non sono soltanto demografici o economici, ma anche culturali e morali. La ricerca accademica internazionale mostra come, parallelamente all’allungamento della vita media grazie ai progressi della medicina, si sia diffuso un fenomeno spesso invisibile ma pervasivo: l’ageismo, ovvero l’insieme di stereotipi, pregiudizi e discriminazioni basati sull’età. Secondo il Global Report on Ageism dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, una persona su due nel mondo manifesta atteggiamenti ageisti, spesso inconsapevoli, contribuendo a costruire un contesto sociale in cui l’anziano viene percepito come fragile, improduttivo o addirittura un peso. Eppure, come sottolineano numerosi studi sociologici, l’atteggiamento della società nei confronti dell’anziano è sempre stato determinante nel definirne il ruolo. In alcune epoche e contesti culturali la vecchiaia è stata associata alla saggezza; in altri, soprattutto nelle società attraversate da rapidi cambiamenti economici e tecnologici, il valore sociale degli anziani tende a ridursi. Oggi, nelle società occidentali avanzate, si osserva una contraddizione evidente: mentre cresce il numero degli anziani, diminuisce spesso il loro riconoscimento sociale. Il risultato è una marginalizzazione che si manifesta tanto nelle relazioni familiari quanto nei sistemi economici e nelle politiche pubbliche.
La letteratura scientifica evidenzia che l’ageismo non è solo una questione culturale, ma ha effetti concreti sulla salute e sulla qualità della vita. Studi pubblicati su riviste come The Lancet Healthy Longevity dimostrano che gli stereotipi negativi interiorizzati possono accelerare il declino cognitivo, aumentare il rischio di depressione e ridurre l’aspettativa di vita. A questo si aggiunge una “normalizzazione” della malattia nella vecchiaia: disturbi mentali, patologie neurodegenerative o condizioni croniche vengono spesso considerati inevitabili, ritardando diagnosi e cure adeguate.
Questa dimensione si intreccia con un altro fenomeno cruciale: l’innalzamento dell’età pensionabile. In Italia le riforme previdenziali hanno progressivamente spostato in avanti l’uscita dal lavoro, con l’obiettivo di garantire la sostenibilità dei sistemi pensionistici. Tuttavia, la ricerca economica e sociale evidenzia come queste politiche, se applicate in modo uniforme, rischino di ignorare le profonde disuguaglianze tra i lavoratori. Chi ha svolto lavori usuranti o pericolosi arriva alla soglia della pensione in condizioni fisiche molto diverse rispetto a chi ha avuto occupazioni meno gravose, ma la coperta nell’elenco dei lavori usuranti è davvero corta. L’assenza di distinzioni adeguate può trasformare una misura economica in un fattore di rischio per la salute e la sicurezza.
Parallelamente, numerosi studi europei, tra cui quelli dell’OCSE e della Commissione Europea, segnalano una progressiva riduzione del potere d’acquisto delle pensioni, soprattutto per le fasce più basse. In Italia, una quota significativa di pensionati percepisce redditi inferiori ai mille euro mensili, insufficienti a sostenere il costo della vita, in particolare in presenza di spese sanitarie o assistenziali. Questo fenomeno contribuisce a una crescente vulnerabilità economica della popolazione anziana, con effetti diretti sulla qualità della vita e sull’accesso ai servizi.
In questo contesto si inserisce una realtà spesso poco visibile ma ampiamente documentata da ricerche sul lavoro informale: molti anziani, pur essendo formalmente in pensione, continuano a lavorare, spesso in condizioni irregolari. Secondo studi sul sommerso in Europa meridionale, la combinazione di pensioni basse e aumento dei costi della vita spinge una parte della popolazione anziana a cercare integrazioni di reddito attraverso lavori non dichiarati. Si tratta di un fenomeno che espone a rischi elevati, sia dal punto di vista della sicurezza sia da quello della tutela dei diritti, e che riflette una contraddizione strutturale: da un lato si prolunga la vita lavorativa, dall’altro non si garantiscono condizioni economiche sufficienti per una vecchiaia dignitosa.
Le cronache degli ultimi anni mostrano anche un aumento degli incidenti sul lavoro che coinvolgono lavoratori anziani, un dato coerente con quanto evidenziato dalla letteratura sulla sicurezza occupazionale: con l’età diminuiscono alcune capacità fisiche e sensoriali, aumentando la probabilità di infortuni in attività ad alto rischio. Questo non significa che gli anziani non possano lavorare, ma che le condizioni e i contesti devono essere adeguati alle loro caratteristiche, evitando approcci uniformi e indifferenziati. A tutto ciò si aggiunge la dimensione sociale e affettiva. In molte realtà contemporanee, l’anziano vive una progressiva riduzione delle reti familiari e comunitarie. La trasformazione delle strutture familiari, la mobilità geografica e i cambiamenti nei modelli di convivenza contribuiscono a un aumento della solitudine. Le ricerche sull’esclusione sociale mostrano che l’isolamento non è solo una condizione emotiva, ma un fattore che incide direttamente sulla salute, aumentando il rischio di malattie croniche e mortalità precoce. In alcuni casi, la mancanza di risorse economiche adeguate costringe gli anziani a vivere in strutture residenziali che, soprattutto quando sottofinanziate, possono risultare inadeguate sia sul piano umano che sanitario, alimentando un senso di abbandono.
Eppure, accanto a queste criticità, esiste un’altra possibile lettura dell’invecchiamento. La stessa ricerca internazionale sottolinea come gli anziani rappresentino una risorsa fondamentale per la società: contribuiscono all’economia attraverso il lavoro, il volontariato e il sostegno alle famiglie, trasmettono competenze e memoria collettiva, svolgono un ruolo chiave nella coesione sociale. Il problema non è l’invecchiamento in sé, ma il modo in cui la società lo interpreta e lo gestisce.
La crescente presenza di lavoratori anziani tra le vittime degli incidenti sul lavoro. I dati della cronaca nazionale e degli osservatori indipendenti raccontano una realtà che raramente entra nel dibattito pubblico con la dovuta profondità. Secondo l’Osservatorio indipendente di Bologna sui morti sul lavoro, nel 2025 in Italia sono morti 323 lavoratori con più di 60 anni, pari a circa un terzo di tutte le vittime. Di questi, 159 avevano tra i 61 e i 69 anni e ben 164 avevano più di 70 anni, un dato che evidenzia come il lavoro in età avanzata non sia un’eccezione ma una condizione sempre più diffusa. Nello stesso anno il totale complessivo dei morti sul lavoro ha superato le mille unità, confermando una tendenza strutturale e non episodica. Il fenomeno assume contorni ancora più concreti quando si osserva la dimensione territoriale. Secondo le analisi degli osservatori regionali, la regione Lombardia e Veneto si collocano stabilmente tra le più colpite a livello nazionale . Anche qui, come nel resto del Paese, le fasce più esposte sono proprio quelle più anziane, con un’incidenza crescente tra gli over 60 e soprattutto tra gli ultrasessantacinquenni. Dietro questi numeri ci sono storie concrete che la cronaca restituisce con crudezza. Uomini come Giuseppe Lisioli, 80 anni, morto dopo una caduta mentre lavorava; Giovanni Cosci, 79 anni, tecnico ospedaliero in pensione ancora attivo; o Salvatore Tegas, deceduto a 72 anni durante un’attività lavorativa. Vicende diverse, ma unite da un elemento comune: la necessità, più che la scelta, di continuare a lavorare in età avanzata. Sono storie che si ripetono, dove agricoltori, autotrasportatori, operai e lavoratori dell’edilizia continuano a essere impiegati in attività ad alto rischio anche oltre i 65 o 70 anni.
La letteratura internazionale aiuta a interpretare questo fenomeno: da un lato l’allungamento dell’età pensionabile, dall’altro la riduzione del potere d’acquisto delle pensioni e l’aumento del costo della vita spingono una parte crescente di anziani a rientrare nel mercato del lavoro, spesso in condizioni informali o irregolari. In questi contesti, la sicurezza è più fragile, i controlli più deboli e il rischio di incidenti aumenta. Non è un caso che gli studi sulla sicurezza occupazionale mostrino come l’età avanzata sia associata a una maggiore probabilità di infortuni gravi o mortali, a causa di fattori fisiologici come il rallentamento dei riflessi, la riduzione della forza fisica e il peggioramento delle capacità sensoriali.
L’ageismo, in questo scenario, gioca un ruolo sottile ma decisivo. Se da un lato gli anziani vengono spesso considerati “non più produttivi” e marginalizzati, dall’altro sono contemporaneamente spinti a rimanere attivi economicamente senza adeguate tutele. Si evince così una contraddizione profonda: la società svaluta l’anziano sul piano simbolico, ma ne sfrutta la disponibilità sul piano economico. ![]()
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I dati INAIL: il “Peso” dell'Età
Secondo le rilevazioni statistiche dell'INAIL (Open Data), si osserva una tendenza demografica chiara: l'innalzamento dell'età pensionabile e il calo demografico hanno portato a una presenza sempre maggiore di lavoratori "over 50". • Incidenza degli infortuni Sebbene i lavoratori giovani (18-24 anni) abbiano spesso una frequenza di infortuni più elevata (dovuta a inesperienza), i lavoratori anziani presentano indici di gravità molto più alti. • Esiti Mortali I dati INAIL mostrano costantemente che la fascia d'età 55-64 anni è quella che registra, in proporzione, il maggior numero di infortuni con esito mortale. Ad esempio, nel 2023, circa un terzo dei decessi sul lavoro ha riguardato lavoratori in questa fascia d'età. |
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| Tavola riassuntiva: Correlazione Età e Rischio (Dati Medi INAIL) | |||
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| Fascia d'età | Frequenza infortuni | Gravità / Indennizzo medio | Rischio di fatalità |
| 18-34 | Alta (iper-attività / inesperienza) | Bassa | Minore |
| 35-54 | Media | Media | Media |
| 55+ | Moderata | Alta | Massimo |
[*] Poetessa e scrittrice, è nata a Cuba e residente nel bolognese, coniuga la formazione scientifica (Biologia e Scienze Infermieristiche) con un’intensa attività letteraria e civile. Autrice di 18 libri, tra cui “Di un’altra voce sarà la paura” (candidato allo Strega 2024), esplora temi di migrazione e identità. Attivista contro la violenza di genere e per la sicurezza sul lavoro, collabora con numerose testate culturali e coordina progetti educativi su empatia e consapevolezza emotiva.
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