Anno XIV - n° 74

Rivista on-Line della Fondazione Prof. Massimo D'Antona

Marzo/Aprile 2026

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Anno XIV - n° 74

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Fabbriche verdi, lavoro grigio

Se la moda ‘green’ dimentica il lavoro


di Deborah Lucchetti [*]

Debora Lucchetti 55

“La nostra fabbrica avrà anche alberi e piante ma a cosa serve che sia verde se l'intera area circostante è completamente inquinata? Gli stagni e le fonti d'acqua dove viviamo sono di colore nero a causa dei rifiuti industriali. Un tempo consumavamo frutta e verdura fresca proveniente dai nostri terreni; ora, invece, dobbiamo acquistare il cibo di qualità più scadente, pieno di formalina (formaldeide). Si sente quasi il sapore della sostanza chimica…” Intervista a un'operaia tessile di una fabbrica certificata LEED

Il mondo è in fiamme, dal punto di vista geopolitico e climatico. La guerra è ovunque, dai territori occupati della Palestina, polverizzati dalle pratiche genocidarie di Stati colonialisti e imperialisti, ai mercati guidati da appetiti speculativi e amorali in cui si scommette sulla crisi energetica mettendo in ginocchio intere economie e la vita materiale per milioni di lavoratori e lavoratrici che faticano ad arrivare a fine mese. Lo stato di guerra permanente alimentato dalla logica del nemico e del profitto non sta solo mietendo centinaia di migliaia di vite innocenti ma sta anche minando alla radice ogni possibilità di transizione verso la sostenibilità attraverso la riconversione ecologica di interi settori dell’economia, dipendenti dai combustibili fossili e responsabili del collasso ecologico del pianeta. Di questi fa parte anche la moda, una delle industrie più inquinanti al mondo, fondata su lavoro sottopagato e schiavo di milioni di lavoratori, in maggioranza donne.

Nella precedente legislatura l’Europa aveva abbracciato l’orizzonte del green deal, oggi tristemente offuscato dalle aggressive politiche di riarmo che lo hanno sostituito con il ben più pragmatico European Industrial Deal, un compromesso per tenere insieme quel che resta delle politiche verdi e la competitività delle imprese europee. Un tentativo malriuscito, a detta delle organizzazioni della società civile e dei sindacati che accusano l’UE di avere rinunciato alle ambizioni della transizione verde per intraprendere, al contrario, un vero e proprio processo di smantellamento delle protezioni fondamentali in materia di clima, ambiente, digitale e sociale conquistate con fatica e barattate con concessioni alle imprese, così favorendo i grandi inquinatori e chi viola i diritti umani. Come è accaduto nel caso della moda con il pacchetto Omnibus I che ha notevolmente ridimensionato la portata trasformativa della Direttiva 2024/1760 sul dovere di diligenza delle imprese ai fini della sostenibilità, riducendone l’ambito di applicazione, gli obblighi a carico delle imprese, tra cui quello di adottare piani di transizione climatica, e le possibilità di tutela per le vittime di violazioni nelle fabbriche, attraverso l’eliminazione dell’obbligo di introdurre un regime armonizzato di responsabilità civile in Europa.

Un colpo al cuore di una direttiva a lungo attesa da ong e sindacati per porre un freno allo strapotere nelle multinazionali attraverso obblighi di vigilanza sui diritti umani e ambientali lungo l’intera catena di fornitura, dove esplodono abusi e violazioni. E’ infatti l’estrema frammentazione delle filiere e l’uso improprio degli appalti che favorisce fenomeni strutturali di sfruttamento del lavoro e delle risorse naturali, soprattutto negli anelli deboli delle supply chain, collocati alle periferie del tessuto produttivo, sia in Italia che nel Sud globale.

Il Bangladesh, regno della fast fashion e secondo esportatore di pronto-moda verso l’Europa dopo la Cina, è uno dei casi esemplari per comprendere le dinamiche dello sfruttamento nell’industria e leggere le trasformazioni in corso. Il Paese è infatti emerso come leader globale per numero di fabbriche certificate LEED nel pronto-moda. LEED è uno degli standard globali più diffusi per la valutazione della sostenibilità ecologica degli edifici, introdotta come programma pilota nel 1998 e lanciata ufficialmente nel 2000 dall'U.S. Green Building Council (USGBC). 

Lo standard LEED valuta le prestazioni ecologiche degli edifici in termini di efficienza energetica, gestione delle risorse, qualità dell'ambiente interno e riduzione dell'impatto nocivo complessivo, attraverso un meccanismo a punti che consente la certificazione a diversi livelli: Certified, Silver, Gold e Platinum. All'inizio del 2024 il Bangladesh ospitava 18 delle 20 fabbriche più ecologiche al mondo e oggi sono più di 250 le aziende che vantano questa certificazione. Il rapporto “Fabbriche verdi, lavoro grigio. Percorsi nell’industria dell’abbigliamento in Bangladesh tra certificazioni ambientali (LEED) e transizione giusta” (Fair, 2026), prova ad indagare questa realtà emergente e a valutare l’efficacia e il nesso tra le politiche ambientali e le condizioni di lavoro.

Il Bangladesh è anche uno dei paesi più vulnerabili al clima al mondo, uno dei nove più a rischio dell’Asia meridionale, dove nel corso del secolo è atteso uno degli aumenti più elevati delle temperature medie mondiali. L'aumento delle temperature, le inondazioni e l'innalzamento del livello del mare minacciano sia le infrastrutture che la salute delle lavoratrici e dei lavoratori (UNDP, 2023) e senza investimenti significativi in infrastrutture resistenti ai cambiamenti climatici, il settore dell’abbigliamento rischia di affrontare una serie di crisi a cascata mentre i lavoratori esposti sempre più frequentemente a situazioni estreme, come lo stress da calore, corrono rischi particolarmente elevati per la salute. Insieme al Bangladesh Centre for Worker Solidarity, i ricercatori di Fair si sono dunque chiesti se le fabbriche verdi con le migliori performance ambientali, garantissero anche alti livelli di protezione per la salute e la sicurezza dei lavoratori e, in generale, offrissero migliori condizioni di lavoro e salariali.

La ricerca è stata condotta tra ottobre 2024 e maggio 2025 in otto fabbriche selezionate situate nei distretti industriali del Savar, Gazipur e Narayanganj, e fornitrici dei principali marchi internazionali. Sono stati effettuati focus group e interviste in profondità coinvolgendo 132 lavoratori, di cui il 73% donne, in maggioranza di età compresa tra 16 e 30 anni. Sono stati indagate sei dimensioni chiave: l’architettura e l’ambiente in fabbrica, le questioni di genere, le condizioni di lavoro, i salari, la capacità di azione dei lavoratori, la salute e sicurezza in fabbrica e nei luoghi di vita.

Pur con situazioni diversificate a seconda delle fabbriche, in tutte le otto aziende è stato rilevato un generale miglioramento delle condizioni ambientali con esterni e interni ben tenuti (alberi, piante) e piacevoli alla vista, oltre a lievi miglioramenti salariali che si attestano su un livello lievemente superiore al salario minimo stabilito per legge. Tuttavia, questi miglioramenti sono accompagnati da ritmi produttivi molto elevati e straordinari praticamente obbligatori con due effetti principali: la quasi neutralizzazione dell’incremento salariale, di fatto collegato all’aumento della produttività, e l’esperienza ricorrente di insulti, abusi verbali e stress mentale per raggiungere i target produttivi. In nessuna delle aziende è presente il sindacato ma solo comitati di gestione controllati dai datori di lavoro. Dalle interviste è emerso che questi comitati sono poco efficaci perché non prendono in carico i veri problemi della fabbrica e, nella maggioranza dei casi, non godono della fiducia delle lavoratrici che raramente vi ricorrono o considerano di farne parte. La paura di ritorsioni è troppo alta e si preferisce non denunciare i problemi, anche di fronte agli auditor inviati dai marchi, che comunque non consultano quasi mai i lavoratori nei pochi minuti in cui passano in reparto, quasi sempre accompagnati da un dirigente. In sintesi, le fabbriche verdi analizzate nel rapporto, pur offrendo spazi di lavoro migliori per certi aspetti ambientali e cosmetici, non offrono sostanziali miglioramenti delle condizioni di lavoro e salariali. I lavoratori e le lavoratrici continuano ad essere sottopagate, sottoposte a pressioni eccessive e violenze di genere che incidono negativamente sulla loro salute e sulle loro condizioni di vita, sempre miserabili.

I salari percepiti infatti non solo non consentono loro di accedere a beni e servizi primari di qualità ma nemmeno permettono di attrezzarsi di fronte alla crisi climatica. Molti lavoratori sono emigrati dalle zone costiere perché hanno perso la loro terra o sono stati sfollati durante i cicloni. 

Molti hanno lasciato le loro case d’origine per trovare una vita di insicurezza e instabilità nelle zone industriali, dove sono costretti a vivere. L'ambiente è pessimo come l'inquinamento atmosferico: chiunque respiri quell'aria giorno dopo giorno è facile che si ammali o sviluppi qualche tipo di problema respiratorio con l'avanzare dell'età. E con salari da fame, si può vivere solo in alloggi sovraffollati a basso costo in zone densamente popolate con infrastrutture inadeguate e bagni in comune, spesso condivisi da più famiglie. La transizione posta in atto nelle fabbriche verdi sembra, in sintesi, non comportare significativi cambiamenti per le lavoratrici che restano intrappolate nella spirale della povertà mentre sono del tutto escluse da ogni forma di consultazione e partecipazione, a testimonianza che una transizione calata dall’alto e guidata dal mercato, senza il protagonismo della classe lavoratrice, è destinata a fallire.

Secondo gli autori del rapporto, per intraprendere una transizione giusta nell’industria della moda che tenga insieme la dimensione ambientale e quella sociale, occorre partire proprio da questo punto, cioè dalla centralità del sapere operaio “per integrare la consapevolezza ecologica del lavoro nella concezione stessa dei prodotti futuri. In altre parole, si tratta di creare uno spazio politico in cui la classe lavoratrice possa legittimamente influenzare la composizione qualitativa della produzione (cosa produrre, come, quanto, per chi, da chi, ecc.)”. Una trasformazione socio-ecologica dell’industria che bandisca il modello estrattivo della fast fashion potrà pertanto avvenire solo a partire dal pieno rispetto e godimento dei diritti umani e del lavoro, primi fra tutti quelli abilitanti alla libertà di associazione sindacale e alla contrattazione collettiva. Nell’immediato, in vista del 13° anniversario della tragedia del Rana Plaza dove il 24 aprile del 2013 persero la vita almeno 1.138 lavoratrici e più di 2mila rimasero ferite nel crollo dell’edificio che ospitava cinque fabbriche tessili, due sono le misure urgenti da attuare per proteggere l’incolumità fisica dei lavoratori: includere i rischi legati allo stress da calore e altri pericoli climatici nelle ispezioni e nelle misure correttive vincolanti previste dall’Accordo internazionale per la salute e la sicurezza nell’industria tessile e dell’abbigliamento siglato da oltre 200 marchi internazionali per mettere in sicurezza i loro fornitori. E poi garantire un salario dignitoso che consenta ai lavoratori e alle lavoratrici di accedere a cibo sano e alloggi più sicuri, isolati e ventilati, misure primarie di adattamento alla crisi climatica.

Per scaricare il rapporto completo:
https://www.abitipuliti.org/moda-in-bangladesh-nuovo-report-su-fabbriche-verdi-e-lavoro-grigio/

[*] Presidente di Fair, cooperativa sociale nata per promuovere economie solidali.

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