Anno XIV - n° 74

Rivista on-Line della Fondazione Prof. Massimo D'Antona

Marzo/Aprile 2026

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La giusta dose


di Fabrizio Di Lalla [*]

Fabrizio Di Lalla 30 31

Uno dei primi colleghi con cui ho lavorato dopo l’assunzione all’Ispettorato del Lavoro è stato un carabiniere. Era molto più grande di me e la pensione non era lontana. Una persona disponibile, gentile, preparata e ligia al dovere, qualità comune agli appartenenti all’Arma. Arrivava sempre per primo agli appuntamenti e non mostrava insofferenza nemmeno quando l’ispezione si protraeva oltre il previsto. Era anche simpatico ed estroverso: un carattere che si adattava perfettamente al mio.

Di Lalla 74 1Tra noi nacque così un vero rapporto di amicizia, ben oltre quello cameratesco. Non di rado ci vedevamo anche fuori dal lavoro, magari per un caffè. Un giorno, mentre andavamo a ispezionare un’azienda e lui sedeva al mio fianco in auto, se ne uscì con un’affermazione che mi fece gelare il sangue. Mi confessò che, se legittimamente comandato dai superiori, mi avrebbe arrestato senza esitare, nonostante il nostro rapporto. Mentre un brivido mi percorreva la schiena, compresi che voleva trasmettermi quanto per lui il senso del dovere fosse al di sopra di tutto, e questo attenuò il mio imbarazzo.

All’epoca non erano molti i militari dell’Arma impiegati nelle sedi periferiche. Lavoravano soprattutto in accompagnamento agli ispettori, nelle ispezioni notturne o in quelle considerate più rischiose. Il loro contributo, grazie alla proverbiale efficienza e al forte senso del dovere, è notevole sia sul piano operativo sia su quello del rapporto con l’opinione pubblica. Sanno comunicare i risultati del loro lavoro grazie a un valido ufficio stampa, ben diverso dalla tradizionale e modesta capacità mediatica del Ministero del Lavoro.

Va detto, purtroppo, che anche questa lodevole attività, come quella degli ispettori, si scontra e si disperde nell’assoluta inefficienza del disastrato sistema di vigilanza vigente in Italia.

Con il passare del tempo, il piccolo nucleo iniziale è cresciuto e si è dotato di una propria organizzazione parallela a quella dell’Agenzia, dal centro agli uffici periferici. Ciò ha garantito una notevole autonomia funzionale, seppur non operativa. Con l’ultimo decreto, il loro organico salirà a 810 unità: una cifra sproporzionata e fuori da ogni logica in un organismo non militare. Un fatto del genere trova spiegazione solo nell’inadeguatezza politica del governo e del vertice del Ministero del Lavoro di eliminare il disordine esistente nella vigilanza, adottando soluzioni idonee a compattare le forze in campo e rendere appetibile ai giovani questa funzione.

Senza nulla togliere ai meriti di questi preziosi collaboratori, non si può ignorare che il forte aumento del loro numero rischia di trasformare l’ispezione in qualcosa che non appartiene più al mondo del lavoro e alla tutela dei lavoratori, ma che si avvicina, nell’immaginario collettivo, a una funzione di ordine pubblico.

Qualcuno potrà giudicare queste affermazioni esagerate. Eppure, se la disgregazione della vigilanza dovesse persistere o accentuarsi, unita al fallimento dei concorsi e alla cronica carenza di personale, nessuno può escludere l’immissione di ulteriori militari per far fronte alle esigenze di un settore così delicato e così esposto all’opinione pubblica, soprattutto in materia di sicurezza. Da misure tampone come quelle attuali si potrebbe passare a un trasferimento stabile, capace di alterare gli attuali rapporti di forza.

L’Arma è stata sempre utile nel settore della vigilanza e lo sarà anche in futuro, ma nella giusta dose. Né deve essere strumentalizzata dall’amministrazione per occultare la sua incapacità a coprire i vuoti dell’organico attraverso i concorsi. Quadrato Rosso

[*] Giornalista e scrittore. Consigliere della Fondazione Prof. Massimo D’Antona.

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