Effemeridi • Pillole di satira e costume, per distrarsi un poco
di Fadila
Lo stimolo alla conoscenza, vale a dire la curiosità, è, a parer mio, il più grande dono concesso da Dio o dalla natura, all’umanità. Grazie a esso, l’uomo, rispetto agli altri esseri viventi è stato in grado di progredire e di trasformare la stessa natura, di costruire una realtà sempre più complessa, dalla preistoria a oggi, se migliore o peggiore lascio il giudizio ai lettori.
Il simbolo di questo desiderio l’ho sempre individuato in Ulisse, uno dei grandi protagonisti delle saghe omeriche. Oggi, la sua figura è tornata alla ribalta grazie al film di Nolan di cui gli esperti del settore dicono un gran bene.
Ai tempi del liceo sui personaggi omerici ci dividevamo in gruppi che tifavano per l’uno o l’altro. Quello più numeroso aveva come riferimento Achille, l’eroe simbolo della rettitudine e della forza. Un uomo quasi immortale se non fosse stato per quel piccolo difetto al tallone. Poi c’erano quelli cui piaceva la figura di Ettore, l’antagonista di Achille, difensore della sua patria, quasi consapevole del tragico destino che lo attendeva nel corso dell’assedio degli achei.
La guerra era nata per un elemento che forse oggi ci sembrerebbe banale, il rapimento da parte di Paride di Elena moglie di Menelao, re di Sparta. Questo vulnus lo vedevamo diversamente da come veniva descritto nel racconto. Eravamo certi che non si trattasse di rapimento ma di fuga consensuale, perché l’affascinante Elena fosse ormai stanca di un uomo dedito solo di potere. Quando le si è presentata l’occasione offerta dal bel giovane troiano, non se l’è lasciata sfuggire.
Poi c’era il gruppo più piccolo di cui facevo parte che parteggiava per Ulisse. Ai miei occhi sembrava il più umano con i suoi pregi e difetti, dotato, tuttavia, di astuzia e intelligenza, elementi che gli permettevano di risolvere le situazioni più ingarbugliate, come la presa di Troia. La sua personalità emerge completamente nell’Odissea, dove a un certo punto si evidenzia il suo più grande dono, quello della ricerca della conoscenza anche a costo dei più grandi sacrifici, come ritardare il ritorno a casa per riabbracciare i suoi cari. È la sfida al limite umano raffigurato dalle Colonne d’Ercole; il desiderio di andare oltre per squarciare le tenebre dell’ignoto. Di ciò Dante ne dà una bellissima raffigurazione, quando descrive Ulisse che incita i suoi uomini a seguirlo. “Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza”.
Quando penso all’evoluzione umana, immagino alcuni passaggi importanti. La circostanza in cui un uomo ha intuito come conservare il fuoco appiccato da un fulmine. O quando qualcuno si è reso conto che i chicchi del frumento, seminati, potevano moltiplicare e aumentare il cibo, determinando la stanzialità e la nascita di centri abitati. E questo è avvenuto in un lungo processo durato decine di migliaia di anni fino alla scoperta odierna dell’intelligenza artificiale. C’è chi la considera una svolta epocale perché l’uomo da homo faber si sarebbe trasformato in homo creator.
Purtroppo la conoscenza può essere utilizzata anche per aumentare la violenza umana. Qualcuno, forse, ricorda nel film 2001 Odissea nello spazio la scena mirabile in cui un uomo primitivo intuisce che l’osso di un grande mammifero può diventare una clava per aumentare il suo potere.
La conoscenza, purtroppo, è un elemento a doppio taglio, nel bene e nel male. ![]()
di Silsan
Preferisco leggere un buon libro tenendolo tra le mani,
ha espresso l'autore nel suo articolo “La scrittura”, pubblicato sulla rivista n. 75. Questa preziosa confessione ha evocato in me l’immagine di un’opera di Renoir: “La liseuse”. Nel dipinto, la donna è completamente immersa nella lettura e sembra emanare un'intima gioiosa esperienza. Si percepisce in lei una concentrazione che da una parte la trasporta, dall’altra la avvolge fino a diventare tutt’uno con l’universo narrativo.
In uno dei romanzi della tetralogia Il Cimitero dei Libri dimenticati, lo scrittore Carlos Ruiz Zafón scrisse: “Sono cresciuto in mezzo ai libri, facendomi amici invisibili, tra le pagine polverose di cui ho ancora l’odore sulle mani”.
Mi ha sempre affascinata l’odore della carta o quello della stampa lucida e colorata. Un'essenza dal sapore di rassicurante eternità, di cui si respira la scia, non solo nelle biblioteche, o tra le pagine dei libri, ma anche passando accanto ad un’edicola di giornali. Quella fragranza del tempo lento, accuratamente speso, che non ci parla di “velocità di comunicazione” ma di sana esplorazione, di uno spazio di contemplazione e a volte serenamente ludico, in cui un rapporto profondo, prima che con il sapere, nasce con noi stessi. Lì dove si custodisce la memoria, dove ciò che si legge, diventa una finestra verso una sacra luce, sul passato, sul presente o sul futuro non importa, perché sempre illumina un orizzonte di stupore o di animoso sentimento. E, come un'opera d'arte è capace di farci immergere al suo interno, un libro ci afferra, ma non per renderci dipendenti e sonnambuli, ma per farci viaggiare dentro mondi che nell'offrirsi a noi, ricevono la nostra pura dedizione. Un amore che li renderà per sempre vivi e parte di noi stessi. ![]()
Seguiteci su Facebook