Anno XIV - n° 76

Rivista on-Line della Fondazione Prof. Massimo D'Antona

Luglio/Agosto 2026

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Anno XIV - n° 76

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Meriggiare pallido e morto:
di caldo si muore


di Vincenzo Palomba [*]

Vincenzo Palomba 75

Un tempo era pacifico che il rischio da caldo estremo riguardasse solo lontani paesi esotici dove le temperature superavano abitualmente i 40 gradi all'ombra, il tasso di umidità eccedeva il 75% e la circolazione dell'aria era inesistente. Ma senza pensare ai deserti africani o ai paesaggi assolati del Sudamerica, anche alle nostre latitudini, la stagione estiva implicava periodi più o meno lunghi di caldo severo; senza andare troppo lontano, pensiamo al nostro meridione. In qualche modo, nel passato, la comunità si autotutelava: nelle ore più calde i nostri antenati si autoregolavano dagli effetti del caldo estremo basandosi sull'esperienza e sull'adattamento ai ritmi naturali. Quando non esistevano tutele sindacali o specifiche normative di legge, la conoscenza dei rischi derivanti da fenomeni naturali difficilmente contenibili (come appunto il calore) e l'istinto di autoconservazione producevano strategie pratiche di sopravvivenza per proteggersi dal sole cocente e da quelli che oggi definiamo stress termici. È così che agricoltori, pastori e muratori (da sempre i soggetti più esposti alle attività outdoor) seguivano rigidamente la regola di interruzione delle attività pesanti nelle ore centrali della giornata (di solito tra le 12:30 e le 16:00), quando il sole era a picco, .concentrandole all'alba o, nei periodi più torridi, addirittura a tarda sera o di notte: si tratta della siesta dei paesi ispanofoni o del nostrano riposo del meriggio di montaliana memoria (chi ha detto "meriggiare pallido e assorto"?).

Palomba 76 1Ancora oggi, alcuni uffici pubblici nel sud Italia, per gestire il caldo e l'afflusso dell'utenza, limitano l'apertura agli orari mattutini (7.30-14.00) nel periodo estivo.

Negli ultimi due decenni, però, il fenomeno delle ondate di calore ha investito anche zone dove prima l'estate risultava temperata e non può più essere considerato un evento eccezionale. 

È risaputo che il suddetto fenomeno deriva dagli effetti nocivi del cambiamento climatico, lo stesso che sta riducendo i ghiacciai ai poli e sulle vette dei monti, che causa l'innalzamento dei mari, che produce la siccità, che danneggia i raccolti e che è responsabile dell'aumento di intensità di uragani e tornadi; un problema globale talmente rilevante che è stato recepito nell'Agenda 2030 al punto 13 con l'obiettivo di ridurne le conseguenze deleterie attraverso la transizione ecologica.

Superfluo dire che le cause principali sono quelle antropiche tra le quali:

  • inquinamento derivante dall'utilizzo di combustibili fossili (che emettono CO₂ nell'atmosfera)
  • progressiva deforestazione (quindi l'eliminazione di alberi che normalmente assorbono anidride carbonica)
  • allevamenti intensivi (che rilasciano grandi quantità di metano durante la digestione degli animali mentre l'uso di fertilizzanti azotati rilascia ossido di azoto).


Tutte attività umane, insomma, e in qualche modo legate al mondo del lavoro. E proprio come queste nostre azioni stanno danneggiando il pianeta, le stesse, come per nemesi, hanno un prezzo anche su di noi, in particolare nel mondo del lavoro. Un prezzo che si sta vertiginosamente alzando.

Lasciando da parte il fenomeno appena accennato delle allerte idrogeologiche (causate proprio da un aumento dell'intensità di fenomeni atmosferici piovaschi), l'innalzamento della temperatura media (si stima sia aumentata di circa 1,5°C dall'era pre-industriale) combinato con l'aumento della condizione termica dell'acqua e la progressiva scomparsa di alberi (da sempre agenti mitiganti degli estremi climatici, nel nostro caso temperatura e tasso di umidità) in estate implica sempre il rischio di colpi di calore, soprattutto in ambito lavorativo.

Il rischio climatico non è più evento eccezionale: ormai è una realtà strutturale.

Nella stesura dei documenti di valutazione dei rischi, infatti, da tempo il rischio derivante da ondate di calore – nel più ampio ambito dell'analisi del microclima, obbligo stabilito dal D.Lgs. 81/08 – viene considerato nelle attività lavorative sia indoor che all'aperto ma, probabilmente per via della relativa novità del fenomeno, gli interventi a tutela degli effetti dell'esposizione al caldo severo ad oggi non sono completamente efficaci.

Infatti, nonostante la problematica sia ben chiaro a tutti gli stakeholder che si occupano di prevenzione e tutela sul lavoro e si rilevi la composizione di tavoli tecnici in ogni Regione tesi a fornire indicazioni sempre più cogenti per limitare i rischi, la cronaca ci restituisce uno spaccato ancora preoccupante: qualche settimana fa,un operaio di 58 anni ha perso la vita dopo essere stato colpito da un malore durante i lavori di rifacimento di un impianto idrico a San Martino di Lupari, nel Padovano, un decesso che si sarebbe potuto evitare applicando l'ordinanza emessa in precedenza dalla Regione Veneto o applicando semplicemente il buon senso. Il tragico epilogo dell'operaio veneto ci rimanda, per l'estremo contrario, alla morte del vigilante Pietro Zantonini, morto di freddo a gennaio 2026 durante un turno di notte agli impianti olimpici di Milano-Cortina con temperature di -15°C.

A questo punto, qualche considerazione è doverosa: in primis le ordinanze vanno applicate senza tentennamenti e interpretazioni soggettive (se è prevista la sospensione delle attività all'aperto dalle 12.00 alle 16.30 durante le giornate di allerta massima; è perspicuo che occorra osservarla). Dal punto precedente ne discende che si rende opportuno un aumento dell'attività ispettiva in materia di ondate di calore per sospendere le lavorazioni all'aperto nelle giornate indicate con bollino rosso. Ma dove non arrivano le leggi, dovrebbe guidarci il buonsenso e il rispetto per chi lavora in determinate condizioni nel considerare in maniera seria e attenta il rischio calore e, attraverso la collaborazione degli attori principali del sistema della prevenzione e protezione dei lavoratori (Datore di lavoro, Rspp, Medico Competente e Rls) nel sospendere le attività o, perlomeno, rimodularne in orari e ambienti più idonei. Perché, tra utilizzo di particolari dpi, misure organizzative idonee, maggiore ricorso al lavoro agile (dove possibile) e rimodulazioni orarie, tutela dei soggetti più anziani e maggiormente a rischio per patologie cardiache o metaboliche, le soluzioni ci sono eccome.

In questo senso e in linea con l'art. 41 della Costituzione, ci troviamo assolutamente d'accordo con gli esponenti di Cgil e Uil che hanno acceso il faro su questi due incredibili morti sul lavoro quando affermano che "in un paese civile una persona debba morire di caldo o di freddo sul posto di lavoro sacrificata alla logica del profitto o del rispetto delle scadenze; non si può e non si deve rischiare la vita di un dipendente per una norma non applicata, per imprudenza o per ottemperanza di termini e obiettivi, perché la vita umana vale molto di più".

Ci sembra anche opportuno precisare che la responsabilità del datore di lavoro o di suo delegato in ambito di salute e sicurezza, è stata recentemente estesa anche in caso di decesso per complicazioni derivanti da un precedente episodio di colpo di calore sul posto di lavoro: infatti, con sentenza n. 14578 del 21 aprile 2026, la Cassazione Penale ha considerato il decesso di un operaio, morto a distanza di un anno dall'evento nefasto, come infortunio mortale attribuendo la responsabilità di omicidio colposo al datore di lavoro per omessa tutela in materia di prevenzione dai rischi da microclima e caldo severo. La Cassazione ha considerato il nesso causale tra il malore occorso allo sfortunato operaio in cantiere per il caldo estremo e le successive complicanze che ne hanno determinato il decesso anche a distanza di tempo.

Insomma, così come i cambiamenti sociali anche i cambiamenti naturali e climatici vanno recepiti, previsti e integrati nel mondo del lavoro sempre con maggiore attenzione e tecnica, producendo un nuovo e più flessibile sistema di organizzazione del lavoro e, probabilmente, una nuova e più flessibile classe di manager e responsabili che, anche a tutela della loro figura professionale, siano in grado di coniugare efficienza ed efficacia nel raggiungimento degli obiettivi aziendali con un'attenta ed empatica tutela delle risorse umane: si definiscono così, risorse umane ma sono uomini e donne con famiglie e affetti a cui tutti noi abbiamo la responsabilità morale di garantire un ritorno a casa. Quadrato Rosso

Homo sum, humani nihil a me alienum puto
(Terenzio)

[*] Ispettore tecnico in servizio presso l’Ispettorato Area Metropolitana di Genova. Laureato in Scienze Politiche e Pedagogia. Il presente contributo è frutto esclusivo del pensiero dell’autore e non impegna l’Amministrazione di appartenenza.

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