Anno XIV - n° 76

Rivista on-Line della Fondazione Prof. Massimo D'Antona

Luglio/Agosto 2026

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Operaicidio: un utile neologismo che però non risolve


di Mario Saverio Di Martiis [*]

Mario Saverio Di Martiis 68

Ho acquistato il libro dal titolo “Operaicidio”, scritto da Bruno Giordano e Marco Patucchi nel corso dell’estate del 2025. Ho sempre rinviato la lettura approfondita perché il neologismo, operaicidio, nonostante la ben definita argomentazione descritta nell’epilogo del libro, per istinto e esperienza non mi convince. Trovo più aderente il sottotitolo, “Perché e per chi il lavoro uccide le storie, le responsabilità, le riforme’’. I due autori non mi sono sconosciuti. Bruno Giordano, magistrato e docente, è stato anche direttore generale dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro. Marco Patucchi è un noto giornalista di Repubblica, ha anche scritto vari libri, tra i quali “Morire di lavoro’’. 

La parola “nuova” di operaicidio per parlare di infortuni sul lavoro, per quanto calzante, non pare in grado di rappresentare il complesso mondo del lavoro e della tutela della salute. D’altra parte, tra le vittime del lavoro non mancano artigiani, agricoltori, commercianti, imprenditori, tecnici, professionisti, studenti, pensionati, lavoratori irregolari, immigrati clandestini, il personale militare, delle varie forze di Polizia e dei Vigili del Fuoco. Per non tacere di quelli che assurdamente, nel nostro Paese, non sono ritenuti lavoratori passibili di un infortunio sul lavoro, come la moltitudine dei tantissimi titolari di partita IVA e i titolari di impresa commerciale individuale.


Una commovente dedica e una preziosa raccolta di informazioni


Le 188 pagine comprendono la introduzione a cura del professor Luciano Canfora e la commovente dedica a Daouda Diane, scomparso nel nulla il due luglio del 2022 e mai più rintracciato, dopo aver condiviso sui social due video, con i quali rivelava l’assenza di sicurezza nella piccola fabbrica ove stava lavorando. Seguono dieci specifici capitoli, densi di informazioni, alcune delle quali originalissime, e all’interno dei singoli argomenti, sono riportate le storie di cento dimenticate vittime del lavoro, avvenute tra il mese di marzo 2022 e l’ottobre del 2024. 

La conclusione del libro è affidata a un epilogo con il quale si descrive l’origine e il significato del termine operaicidio. Il primo capitolo del libro tratta delle parole, del significato e del senso che i vocaboli assumono e dei conseguenti risultati sociali.


Ogni giorno: un morto ogni otto ore, un infortunio al minuto


L’entità e la gravità del fenomeno derivano dalle dimensioni rappresentate da ben tre decessi al giorno e circa duemila infortuni quotidiani, cifre che ulteriormente distribuite, diventano un infortunio mortale ogni otto ore e duemila persone, una al minuto, che a causa del lavoro, ogni giorno, perdono la loro integrità psicofisica, da un micro-trauma, alla orribile invalidità permanente e il buco nero delle malattie professionali. 

A queste persone vanno aggiunti i loro famigliari: mogli, mariti, compagne, compagni, figli, genitori, fratelli e sorelle. Una quota enorme di dolore e di persone che le brevi notizie di cronaca e la freddezza delle statistiche non riescono a esprimere per intero. Lo stesso termine di infortunio appare inadeguato e tendente a sottostimare la realtà. Infortunio equivale a senza fortuna, ma non si torna a casa dal lavoro sani e in salute per merito della fortuna, bensì perché le responsabilità e le accortezze previste per lavorare in sicurezza hanno agito in forma legale, in conformità alle leggi, leali con il patto che unisce la comunità del lavoro, ove tutti insieme realizziamo sviluppo e ricchezza e tutti insieme dovremmo tornare a casa sani e integri. 

La definizione di morti bianche risulta anche essa indefinita come quella di lavoro nero, però l’utilizzo dei colori evita di affermare che si tratta di due situazioni assolutamente illegali, rispetto alle quali le coscienze individuali e la consapevolezza sociale dovrebbero costituire un argine significativo e risolutivo. Coincidono con la leggerezza delle definizioni, le dichiarazioni retoriche e rituali che puntualmente seguono gli infortuni mortali, tra le quali: cultura della sicurezza, più controlli e simili. Nelle scuole si potrebbe promuovere la sicurezza e, in senso lato la prevenzione, come approccio sistemico, quale argomento definito come vera e propria disciplina scolastica, con i relativi fondi, come un vero e proprio investimento in sicurezza. 

Si invocano più controlli come se fosse realistico immaginare che la legalità e la sicurezza in oltre tre milioni di siti produttivi possa derivare esclusivamente dalle ispezioni. Opportunamente il libro tratta degli infortuni e del lavoro illegale, mettendo in evidenza che le statistiche ufficiali non riportano i dati relativi ai danni alle persone provocate dal lavoro svolto in nero. Nel computo statistico non entrano neanche tutte le informazioni relative ai casi di infortunio non gestiti direttamente dall’INAIL, e così pure i dati delle persone non soggette ad alcuna tutela assicurativa obbligatoria, come già detto sopra, coloro che operano in qualità di partite IVA e i titolari di impresa commerciale individuale.


Report ISTAT, anno 2022: 3 milioni di lavoratori irregolari che producono 181 miliardi di ricchezza


In Italia secondo il rapporto ISTAT operano almeno tre milioni di lavoratori totalmente in nero, precisamente 2.986,000, persone pagate esclusivamente in contanti, senza versare alcunché al fisco e alle assicurazioni sociali. Persone che non godono della tutela infortunistica e di quella previdenziale. Ogni giorno circa tre milioni di persone, che ufficialmente non lavorano, si recano nei cantieri, negli esercizi commerciali, in campagna e nelle case, per i servizi domestici svolti da badanti, babysitter, colf. 

La ricchezza prodotta da questo esercito di presunti sconosciuti, sempre secondo l’Istituto centrale di statistica (ISTAT), confluisce nella cosiddetta economia sommersa, o altrimenti definita non osservata, quantificata in cento ottantuno miliardi per l’anno 2022. Tre milioni di persone che, però, insieme ai loro datori di lavoro illegali, utilizzano i servizi sociali come le cure mediche e ospedaliere, la scuola per i figli e godono delle forme di sostegno previste per coloro che non risultano titolari di un reddito certificato.


Dal lavoro illegale 37.000 infortuni, dei quali almeno 80 mortali


Secondo i parametri Eurostat (report di novembre 2023), annualmente in Italia, ogni centomila lavoratori, avvengono 1.209 infortuni su lavoro, dei quali oltre due, il 2,66%, mortali. Indicativamente, rapportando questi dati ai circa tre milioni di lavoratori illegali, significa che questi produttori senza volto, ogni anno subiscono almeno 37.000 infortuni sul lavoro, dei quali 80 mortali. 

A queste cifre indicative, va aggiunto che, trattandosi di lavoro illegale, sicuramente la sicurezza non costituisce una priorità e pertanto le cifre reali, quasi sicuramente, risulteranno e maggiori. Le morti sul lavoro sono caratterizzate da uno schema costante che si ripete inesorabilmente. Da una parte l’immediata condanna, senza alcun appello, dei congiunti all’ergastolo del dolore e alla solitudine, dall’altra la mancanza di memoria per le vittime. 

La maggior parte degli infortuni mortali sul lavoro desta l’attenzione della comunicazione, per lo più locale, per non più di qualche giorno. Gli organi di stampa più attenti riportano anche l’esito degli eventuali processi. Di solito, in occasione di un infortunio mortale sul lavoro non è emesso alcun comunicato da parte della amministrazione pubblica, come l’Ufficio territoriale del governo – Prefettura o l’Ispettorato territoriale del lavoro. Una forma di riservatezza non sempre comprensibile. 

Il livello di clamore è diverso per gli infortuni mortali con più vittime, si tratta solamente della maggiore durata della attenzione mediatica, perché anche per gli infortuni collettivi, inesorabile sopraggiunge l’oblio. L’incendio alla Thissen Krupp di Torino nella notte tra il 5 e il 6 dicembre 2007 provocò sette morti. Le indagini durarono meno di tre mesi, la sentenza definitiva per i responsabili è stata pronunciata il 13 maggio 2016, dopo oltre nove anni. Il principale imputato, un manager tedesco, ha varcato le soglie del carcere nel mese di agosto del 2024, vale a dire dopo circa diciassette anni e immediatamente ammesso al lavoro esterno durante il giorno. 

Si è già detto che “Operaicidio” è una fonte preziosa di informazioni. Impressionante la citazione tratta da uno scritto di George Orwell, pubblicata nel 1937, dal titolo “La strada” di Wigan Pier. Orwell, noto anche quale autore del libro “La fattoria degli animali”, così scriveva: “La media degli infortuni fra i minatori è così elevata che le morti sono accettate come cosa normale, quasi come si farebbe in una guerra minore. Le miniere in Europa sono quasi scomparse, ma la incredibile accettazione degli infortuni permane e investe soprattutto quelle situazioni di lavoro per le quali la precarietà e la insicurezza sono note, ma ampiamente tollerate”.


L’infortunio sul lavoro come evento normale e accettato


Di Martiis 76 1Vale per i rider, veri e propri braccianti metropolitani gestiti impersonalmente da una piattaforma digitale, che recapitano il cibo a domicilio. Così pure il commercio elettronico globale, che ha determinato la formazione delle piattaforme logistiche e contribuito alla fine del commercio di vicinato. 

Nei centri di logistica ognuno corre per suo conto, la velocità prevale sulla regolare e disciplinata movimentazione delle merci e gli investimenti provocati dai carrelli elevatori, diventano un rischio accettato. Tutto questo perché la merce deve pervenire al cliente finale che l’ha già pagata in anticipo. 

L’acquirente, potenzialmente ognuno di noi, si concentra sul cibo consegnato o sulla merce ricevuta e si chiudono gli occhi sulla precarietà e le varie forme di sfruttamento che caratterizzano il percorso.


2022, l’anno degli studenti morti sul lavoro


È il numero tre che caratterizza tre tragici eventi avvenuti nel corso dell’anno 2022. Tre studenti morti sul lavoro nel corso di esperienze svolte nell’ambito delle attività scolastiche, tre coraggiose famiglie che hanno trasformato la innaturale disperazione di sopravvivere ai propri figli nel nobile e generoso impegno affinché simili tragedie non si ripetano. Vicende che hanno fatto emergere la stupefacente confusione e ignoranza in merito al lavoro dei giovani, tra apprendistato, stage di avviamento al lavoro, esperienze in ambito scolastico di alternanza scuola–lavoro e tirocini curriculari dell’istruzione e formazione professionale. 

Lorenzo Parrelli aveva diciotto anni, il giorno 17 gennaio, stava svolgendo il suo ultimo giorno di tirocinio curriculare presso una impresa metalmeccanica in provincia di Udine, colpito da una putrella di acciaio è deceduto sul colpo. Meno di un mese dopo, il giorno 14 febbraio, Giuseppe Lenoci di sedici anni, nel corso del tirocinio curriculare che stava svolgendo quale studente di un istituto di formazione professionale delle Marche, è rimasto vittima di un incidente stradale. Era a bordo del furgone aziendale, a oltre cento chilometri dalla sede della impresa, per l’attività di manutenzione di una caldaia presso un cliente. Il mezzo, guidato da un dipendente della impresa, è finito fuori strada. Il 16 settembre perse la vita Giuliano De Seta, studente diciottenne di un istituto tecnico industriale ove stava frequentando il quinto anno. Impegnato in un percorso di alternanza scuola lavoro, restò schiacciato da uno stampo metallico, pesante una tonnellata, che gli finì addosso, urtato dal carro ponte. 

I genitori di Lorenzo, d’intesa con la regione Friuli Venezia Giulia, hanno attivato la Carta di Lorenzo per la promozione della cultura della sicurezza nei luoghi di lavoro, diffusa, partecipata, consapevole. I genitori di Giuliano De Seta hanno promosso un concorso premiato con borse di studio, destinato agli studenti universitari di ingegneria provenienti dagli istituti tecnici. L’iniziativa è sostenuta anche dalla scuola di Giuliano e da imprenditori del territorio, il 31 maggio 2025, sono state assegnate le prime quattro borse di studio. La signora Angela Lenoci, zia di Giuseppe, opera nelle scuole per la promozione della prevenzione e sicurezza nei luoghi di lavoro, investendo tempo e risorse, affinché non si ripeta più l’assurda, incomprensibile e ingiusta sorte del nipote. 

Come anticipato in copertina nel sottotitolo, i due autori avanzano proposte di riforma per superare gli ingiusti danni alla salute causati dalla gestione illegale del lavoro. Quadrato Rosso

[*] Già ispettore INAIL - Cultore della materia.

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