
Nel rapporto con l’IA, più che parlare di “democrazia”, forse sarebbe meglio avere come termine di riferimento “le democrazie”, perché il potere che esercita questo nuovo strumento tecnologico che si accinge a rivoluzionare il mondo, potrebbe variare in funzione dei diversi sistemi democratici, potendo più facilmente trovare un impiego virtuoso in quei sistemi politicamente ed economicamente più solidi, e dispiegando invece i suoi effetti peggiori in quelle democrazie più deboli (o peggio dove non c’è democrazia) dove la cortina e il filtro del potere politico sono più vulnerabili. Ma l’IA può dispiegare i suoi effetti forse con una forza ancora maggiore nel mondo del lavoro.
Posta così, l’IA sembrerebbe, più che una risorsa, una minaccia. Diciamo che può essere entrambi. Dipende da come il mondo politico soprattutto, ma poi anche quello economico, sociale, culturale, sapranno, o meglio, riusciranno a gestire questa nuova tecnologia, convogliandola nel virtuoso binario della trasparenza, della responsabilità, della condivisione, valorizzandone i benefici, che indubbiamente può produrre, e limitandone i rischi, che purtroppo vi si nascondono.
Ma andiamo con ordine.
Il rapporto con le nuove tecnologie ha sempre generato delle problematiche e posto delle domande a cui i sistemi sociali, in ogni tempo, hanno saputo trovare risposte e le opportune ed utili soluzioni, sebbene perfezionabili.
Nella storia possiamo trovare tanti precedenti molto simili alle problematiche che oggi pone l’intelligenza artificiale, e proprio nella storia, allora, forse possiamo trovare delle risposte, o, quanto meno, un metodo per generare oggi risposte e soluzioni.
Un primo precedente storico emblematico che presenta non poche analogie con le problematiche che oggi pone l’IA, lo possiamo rintracciare nell’invenzione della stampa a caratteri mobili. Siamo a Magonza, in Germania, nel 1450, e un orafo nonché inventore, Johannes Gutenberg, elabora un sistema per la produzione libraria straordinariamente innovativo, rispetto agli Scriptorium dei monasteri dove gli amanuensi trascrivevano i manoscritti. La stampa a caratteri mobili di Gutenberg rivoluzionò il mondo della comunicazione e della conoscenza, sino ad allora monopolio di ristrette élite politiche e soprattutto religiose. Probabilmente la stessa Riforma Protestante non avrebbe avuto, senza l’invenzione della stampa, la diffusione e il conseguente successo che la storia ci ha consegnato. Le 95 tesi di Lutero affisse sul portone della Cattedrale di Wittenberg nel 1519, forse li sarebbero rimaste. Ecco, per evidenziare con un esempio l’importanza che la stampa ha avuto per la diffusione della conoscenza. E le domande e le problematiche che al tempo dovettero passare per la testa della gente a fronte di questa nuova tecnologia, erano molto simili a quelle che oggi noi ci poniamo in rapporto all’intelligenza artificiale. La stampa democratizzò l’accesso alla conoscenza, alle idee, ma introdusse anche alcuni rischi: la propaganda, quelle che oggi noi chiameremmo le fake news, complottismi, diffusione di discorsi d’odio. Ed allora, probabilmente ci si chiedeva: chi controlla la produzione dell’informazione? Chi controlla il vero dal falso? La libertà di espressione deve avere limiti? Come evitare che l’opinione pubblica venga manipolata? La risposta fu, non censurare la stampa, ma creare nuove istituzioni, così ci fu una certa diffusione delle scuole pubbliche, nacque il giornalismo professionale, il diritto di stampa, e vi fu un certo allargamento dell’alfabetizzazione. Insomma si crearono anticorpi democratici.
Il problema si ripresenta secoli dopo con la rivoluzione industriale che modificò profondamente il rapporto tra economia e politica, e questa volta con un profondo impatto nel mondo del lavoro. La tecnologia, le macchine, rivoluzionarono i modi e i rapporti di produzione, creando forti concentrazioni di manodopera nelle fabbriche, generando problematiche sconosciute prima di allora. Le grandi fabbriche concentravano ricchezza e potere ed allora una prima domanda fu: una democrazia può sopravvivere se il potere economico è troppo concentrato? Inoltre, quelle innovazioni come venivano percepite dai lavoratori? Dalle campagne ci si trasferiva nelle città, ma queste resero gli uomini veramente più liberi? Dal servaggio delle campagne si passava al proletariato urbano con forme di sfruttamento, depauperamento ed alienazione che si consumavano nelle fabbriche. Le risposte arrivarono, piano, ma arrivarono, per affermare i valori di solidarietà, collaborazione e democrazia sul lavoro, e furono: la nascita delle prime organizzazioni sindacali, la legislazione sociale e il diritto del lavoro, la nascita dei partiti di massa, lo sviluppo della cooperazione con la nascita delle prime società cooperative, la legislazione antitrust e il welfare State. La democrazia non eliminò il capitalismo ma imparò a governarlo.
E arriviamo a tempi a noi più vicini, con un’altra innovazione tecnologica rivoluzionaria: la radio e la televisione. Per la prima volta milioni di persone ricevevano simultaneamente e in tempo reale lo stesso messaggio. La radio, soprattutto nei Paesi con regimi totalitari, come l’Italia fascista e la Germania nazista, fu uno strumento di forte propaganda politica. Nel dopoguerra si aggiunse la televisione. Anche qui domande vecchie e nuove: chi controlla i media? esistono limiti alla concentrazione della loro proprietà? La televisione, specie se privata, può influenzare il voto? Anche in questo caso, no alla censura ma creare gli anticorpi, che sono state: la nascita delle Autorità Amministrative Indipendenti, la par condicio, limiti alle concentrazioni, ecc.
E da ultimo Internet, accolto con grande favore ma poi arrivano i Social, la Rete, gli algoritmi, le riorganizzazioni aziendali, la disinformazione, le interferenze elettorali. Abbiamo visto la rete cosa può creare e non solo con la disinformazione ma anche con la gogna mediatica contro il malcapitato che resta impigliato nella rete. Anche questa nuova tecnologia, come quelle della rivoluzione industriale del XIX secolo, ha avuto forti impatti con il mondo del lavoro, sostituendosi in molti casi a funzioni, sebbene relativamente semplici e ripetitive, prima svolte da lavoratrici e lavoratori. Anche qui sono arrivate delle prime risposte ancora da implementare, come la regolamentazione delle piattaforme, la tutela dei dati personali, la responsabilità dei grandi operatori digitali, la creazione di nuovi “mestieri”.
Ecco, questi sono i precedenti storici, lontani e vicini, che hanno sicuramente innescato delle criticità al momento della loro nascita, ma che poi, bene o male si è sempre riusciti a trovare soluzioni, valorizzandone le potenzialità e comprimendo quelle che potevano rappresentare delle minacce.
Ora è arrivata l’intelligenza artificiale, questo nuovo strumento tecnologico dirompente che pone vecchie e nuove domande che naturalmente esigono risposte. Ma questa nuova tecnologia cosa ha di diverso rispetto agli altri strumenti tecnologici che abbiamo sopra argomentato? Diciamo che l’intelligenza artificiale introduce qualcosa di nuovo che gli altri strumenti non avevano. Le tecnologie del passato, diciamo che amplificavano le capacità umane. L’intelligenza artificiale invece va a sostituirsi ad alcune funzioni cognitive dell’essere umano, come ad esempio, lo scrivere, l’analizzare, progettare, decidere, creare contenuti, persuadere.
Diciamo che l’intelligenza artificiale partecipa a processi che fino a ieri erano ritenuti esclusivamente umani. E questo pone indubbiamente delle domande nuove vicino alle domande vecchie già poste per le tecnologie del passato. Ora nel rapporto con la democrazia e soprattutto con il mondo del lavoro, l’intelligenza artificiale può indubbiamente rafforzare le istituzioni democratiche con una maggiore partecipazione, può migliorare la produttività nelle fabbriche, può elaborare sistemi di sicurezza più efficaci, può alleggerire i carichi di lavoro pro-capite, ma nel contempo può creare anche nuovi rischi.
Gli aspetti positivi che l’IA può generare nel processo democratico sono tanti: maggiore accesso alle informazioni, aiutando, per esempio, il cittadino a interpretare e comprendere documenti complessi, leggi, programmi politici, ecc.; maggiore partecipazione civica, con la possibilità, attraverso l’IA di analizzare grandi quantità di dati sulle opinioni espresse dai cittadini nelle consultazioni pubbliche, aiutando così i “decisori” a individuare con più facilità le priorità e le problematiche da affrontare; ma anche gli effetti benefici sul mondo del lavoro potrebbero essere tanti: servizi pubblici più efficienti, migliorando i tempi di attesa, nella gestione e organizzazione degli uffici, nelle organizzazioni aziendali, nelle nuove applicazioni alle tecnologie già esistenti, nella produttività, nella durata delle prestazioni lavorative, negli ambienti di lavoro, e poi il prezioso supporto alla ricerca che può dare. Insomma, le potenzialità sono tantissime.
Ma poi ci sono anche i rischi. Con l’IA possono crearsi immagini, testi, audio, video falsi, molto realistici, che possono influenzare l’opinione pubblica. Attraverso algoritmi sofisticati può rendersi più difficile la distinzione tra informazione e propaganda, generando così manipolazioni politiche. I Governi e le Aziende potrebbero utilizzate l’IA per monitorare i cittadini, limitando libertà fondamentali come la privacy, la libertà di espressione, ecc. La concentrazione del potere, dove poche grandi aziende tecnologiche controllano molti dei modelli di IA più avanzati, influenzando il flusso delle informazioni e il dibattito pubblico. E nel mondo del lavoro il rischio più grande potrebbe innescarsi con la sostituzione graduale dell’IA anche in quei processi le cui funzioni cognitive sono esclusiva prerogativa di lavoratrici e lavoratori, causando così nel tempo una drastica diminuzione dell’occupazione.
Ecco, i rischi sono tanti e certamente anche il mondo del lavoro non può ormai sfuggire all’abbraccio inesorabile dell’intelligenza artificiale, chiamato ora a misurarsi con una trasformazione che promette nuove opportunità ma impone anche nuove responsabilità. Anzi, il rapporto tra intelligenza artificiale e lavoro sarà indubbiamente uno dei grandi temi politici, economici, giuridici, ma anche etici, dei prossimi anni. L’esempio riportato nell’articolo di Antonella Delle Donne comparso nel precedente numero di questa rivista -dove commenta una sentenza del tribunale di Roma del 2025, secondo la quale l’introduzione dell’intelligenza artificiale come strumento di efficientamento dell’organizzazione aziendale può essere legittimo giustificato motivo oggettivo di licenziamento- è al riguardo emblematico. È vero, in passato è già accaduto con i computer, con i robot nelle fabbriche, con la digitalizzazione degli uffici, la cui introduzione eliminò migliaia di dattilografi, di operai, di impiegati. La vera novità è che l’intelligenza artificiale non automatizza soltanto il lavoro manuale e ripetitivo, ma sostituisce anche attività intellettuali (contabilità, traduzioni, analisi dei documenti, progettazione, scrittura testi, lavoro legale e medico). Oggi l’IA può scrivere un libro, un saggio, può creare immagini, paesaggi, può elaborare progetti, può effettuare analisi economiche, sociologiche, filosofiche, letterarie. Alcuni adolescenti dicono all’IA che sono tristi e chiedono aiuto. L’IA diventa psicologo.
Allora il problema cambia dimensione.
Ora, è vero che se un’azienda non innova rischia di essere inghiottita dalla concorrenza, ma è anche vero che tutto il costo dell’innovazione non può ricadere solo sui lavoratori. Allora, ecco, le democrazie hanno il compito di accompagnare queste trasformazioni, perché una democrazia è stabile quando i cittadini percepiscono che l’innovazione migliora la vita della maggioranza. Se invece l’innovazione produce ricchezza per pochi e insicurezza per molti, anche la fiducia nelle istituzioni democratiche tende a indebolirsi.
Abbiamo visto sopra come in ogni epoca le nuove tecnologie hanno creato tensioni all’interno dei sistemi sociali, toccando soprattutto il mondo del lavoro, eliminando mestieri e introducendone altri. Allora, la risposta è: “non fermare il progresso ma governarlo“. Chi beneficia dell’aumento di produttività innescato dall’intelligenza artificiale? Certamente, se tutti i benefici vanno alle imprese mentre il costo è sostenuto dai lavoratori licenziati, il rischio è un aumento delle disuguaglianze e delle tensioni sociali. Se invece una parte dei benefici viene redistribuita attraverso salari migliori, formazione, nuovi servizi e protezioni sociali, allora l’intelligenza artificiale può diventare un prezioso strumento di progresso collettivo. E allora le sfide sono tante, bisogna creare gli anticorpi come è stato fatto in passato con le altre tecnologie. Con l’intelligenza artificiale è ancora tutto in “divenire”
Certamente qualche tentativo di risposta potremmo ipotizzarlo. La trasparenza, cioè saper interagire con l’IA, sapere come prende le decisioni, come elabora diagnosi, o testi, ecc.; la responsabilità, cioè deve essere chiaro chi è responsabile se un sistema di IA causa danni; la tutela dei diritti, privacy, libertà di espressione, uguaglianza devono essere sempre garantiti anche nell’uso dell’IA; educazione digitale, cioè cittadini informati e capaci di destreggiarsi con la tecnologia digitale, per essere capaci ad utilizzare criticamente gli strumenti di IA. Redistribuzione dei benefici e della ricchezza, che l’IA produce, creando nuove mansioni, nuovi posti di lavoro, riduzione della durata della prestazione lavorativa, ecc.
Dunque, l’IA non è di per se né democratica né antidemocratica. È una tecnologia che può essere impiegata per ampliare la partecipazione, migliorare i servizi pubblici, aumentare la trasparenza, migliorare le condizioni di lavoro in termini economici, normativi e prevenzionistici, e tanto altro. Ma può anche essere uno strumento di manipolazione delle coscienze, di limitazione dei diritti, di concentrazione del potere, di riduzioni drastiche dell’occupazione.
Per tali motivi, come è già successo in passato con le altre tecnologie, il futuro rapporto tra IA e democrazie e mondo del lavoro dipenderà soprattutto dalle regole che i Governi sapranno adottare ed imporre, dalla responsabilità delle imprese che producono e gestiscono i grandi modelli di IA, ma anche dal senso critico dei cittadini, che dovranno acquisire la capacità di interagire in modo consapevole e possibilmente libero, con questo nuovo strumento tecnologico. ![]()
[*] Ispettore del Lavoro in pensione. Autore del Libro “Vademecum per l’Ispettore del lavoro”, Volume 7 della “Collana Massimo D’Antona, Lavoro e Diritto”, 2017 – Vincitore del Premio Massimo D’Antona 2016.
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