Anno XIV - n° 77

Rivista on-Line della Fondazione Prof. Massimo D'Antona

Settembre/Ottobre 2026

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Anno XIV - n° 77

Settembre/Ottobre 2026

Entrare dalla porta dei numeri per trovare i volti


di Yuleisy Cruz Lezcano [*]

Yuleisy Cruz Lezcano 73

Ci sono numeri che dovrebbero farci fermare. Numeri che non possono essere archiviati come semplici statistiche, perché dietro ogni cifra c'è una persona, una famiglia, una madre, un padre, un fratello, una sorella, un figlio. C'è una vita che si interrompe mentre si sta facendo qualcosa di apparentemente normale: andare a lavorare.

Il 2026 continua a raccontare una strage che non accenna a fermarsi. Secondo il monitoraggio della pagina “Morti di lavoro”, seguita da Piero Santonastaso, il bilancio dell'anno è drammaticamente superiore a quello dello stesso periodo del 2025. Alla fine di agosto si contavano, secondo l'ultimo aggiornamento preso in considerazione, 837 morti complessivi: 688 sul lavoro e 149 in itinere. La media è di 3,4 morti al giorno. E settembre è appena iniziato: nei primi giorni si sono già registrate altre vittime, sei sul lavoro e quattro in itinere.

Sono numeri impressionanti, ma proprio perché sono numeri rischiano di diventare freddi, lontani, quasi astratti. Dietro quei numeri, invece, ci sono volti, famiglie, progetti, sogni interrotti. La Lombardia è in cima a questa terribile graduatoria con 95 morti sul lavoro e 20 in itinere. Segue il Veneto con 72 morti sul lavoro e 16 in itinere. Due regioni economicamente forti, industrializzate, caratterizzate da una presenza importante di fabbriche, cantieri, logistica, agricoltura e servizi. E allora la domanda diventa inevitabile: quanto può essere considerato normale un sistema nel quale il lavoro continua a produrre vittime?

La risposta dovrebbe essere una sola: zero.

Quando si parla di morti sul lavoro si tende spesso a raccontare soltanto l'ultimo istante: una caduta, un macchinario, un mezzo, un cantiere, un investimento. Ma fermarsi alla dinamica dell'incidente significa spesso non guardare tutto ciò che è venuto prima. Bisogna interrogarsi sull'organizzazione del lavoro, sui ritmi, sulla formazione, sui controlli, sui dispositivi di sicurezza, sulla pressione esercitata sui lavoratori e soprattutto sulla frammentazione delle responsabilità.

È qui che entrano in gioco appalti e subappalti. Una filiera sempre più lunga può significare una catena nella quale il lavoro passa dal committente all'appaltatore e dall'appaltatore al subappaltatore. E quando il prezzo diventa il criterio principale, il rischio è quello di una corsa al ribasso che finisce per scaricarsi proprio sulla parte più debole: il lavoratore.

Si può appaltare un'opera, ma si può appaltare anche la responsabilità per la vita di chi quell'opera la realizza? La risposta dovrebbe essere semplice: no.

Accanto alla frammentazione degli appalti esiste poi il problema del lavoro irregolare, del sommerso e di tutte quelle condizioni nelle quali il lavoratore diventa ancora più vulnerabile perché teme di perdere il posto, non conosce pienamente i propri diritti o accetta condizioni che non dovrebbe essere costretto ad accettare.

Il lavoro nero non è soltanto un problema fiscale. È anche un problema di sicurezza. Dove il lavoro è irregolare diventa più difficile garantire formazione, prevenzione, controlli, corretta applicazione dei contratti e reale responsabilità. E la precarietà può rendere ancora più difficile per una persona dire “no” davanti a una condizione di rischio.

È significativo che recentemente, a Forlì, il segretario generale della CGIL Maurizio Landini abbia indicato la precarietà come uno dei problemi fondamentali da combattere. Perché precarietà e sicurezza non possono essere considerate questioni separate. Un lavoratore che ha paura di perdere il proprio posto è un lavoratore potenzialmente più ricattabile. E un sistema produttivo che utilizza la precarietà per comprimere il costo del lavoro rischia di produrre anche una compressione dei diritti.

Un numero non ha una madre, non ha una sorella, un padre. E un numero non aveva progetti per il futuro, una persona sì.

Rayan Lassoued aveva 21 anni. La sua storia, come quella di Mattia e di tante altre vittime, è entrata nel libro e attraverso la scrittura è diventata memoria condivisa.

Ed è proprio qui che la memoria diventa anche uno strumento di prevenzione. Raccontare Mattia, Rayan e tutte le altre vittime significa impedire che la loro morte venga considerata una fatalità inevitabile.

Il punto, alla fine, è proprio questo: non basta intervenire dopo una tragedia. Non basta aprire un'inchiesta, sequestrare un cantiere, individuare eventuali responsabilità e poi tornare alla normalità.

La sicurezza deve essere costruita prima dell'incidente. E deve esserci in ogni passaggio della filiera: nel committente, nell'appaltatore, nel subappaltatore, nei controlli, nella formazione, nei contratti. La responsabilità non può evaporare ogni volta che il lavoro passa da un'azienda all'altra.

A Forlì il tema è stato messo al centro con forza: la vita non si può appaltare.

Il 2026 non si è fermato per permettere a nessuno di riflettere, e settembre è appena cominciato. È questo il paradosso davanti al quale ci troviamo: da una parte le statistiche, dall'altra le famiglie. Da una parte le parole “appalto”, “subappalto”, “precarietà”, “sommerso”, “formazione”, “controlli”. Dall'altra Monica che legge la storia di Mattia. Adriana che ricorda Rayan. Una sorella che ricorda il proprio fratello e una madre che continua a chiedersi perché. Ed è proprio lì che bisogna tornare ogni volta che pronunciamo la parola sicurezza. Non ai numeri soltanto, ma alle persone. Quadrato Rosso

[*] Poetessa e scrittrice, è nata a Cuba e residente nel bolognese, coniuga la formazione scientifica (Biologia e Scienze Infermieristiche) con un’intensa attività letteraria e civile. Autrice di 18 libri, tra cui “Di un’altra voce sarà la paura” (candidato allo Strega 2024), esplora temi di migrazione e identità. Attivista contro la violenza di genere e per la sicurezza sul lavoro, collabora con numerose testate culturali e coordina progetti educativi su empatia e consapevolezza emotiva.

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