
L’articolo di Francesco Verbaro pubblicato sul Sole 24 Ore lo scorso 27 luglio, (“PA, così l’AI rivoluziona gli organici”) ha proposto una riflessione destinata a far discutere: l’Intelligenza Artificiale, sostiene l’autore, cambierà profondamente la Pubblica Amministrazione, imponendo una revisione degli organici, dei processi e persino delle strutture organizzative. L’assunto di fondo è che la rivoluzione tecnologica richieda un ripensamento radicale dell’amministrazione pubblica.
L’Intelligenza Artificiale, nella gran parte delle amministrazioni, non è ancora realmente entrata nelle attività quotidiane. Eppure c’è già chi immagina di affidarle il compito di riscrivere l’organizzazione del lavoro, ridefinire gli organici e accorpare uffici. È come discutere della redistribuzione delle cabine di una nave prima ancora che il motore sia stato installato.
Il rischio è quello di ripercorrere uno schema già visto. Da oltre vent’anni la Pubblica Amministrazione italiana è alla continua ricerca del Sacro Graal dell’efficienza. Ogni innovazione tecnologica è stata presentata come l’occasione definitiva per fare “di più con meno”, salvo poi tradursi in nuove stagioni di contenimento della spesa e di riduzione del personale.
Lo abbiamo visto con le digitalizzazioni incompiute, con le spending review, con i tagli lineari, con il blocco del turnover. Ogni “epoca” ha promesso una PA più agile ed efficiente; troppo spesso ha però prodotto amministrazioni impoverite nelle competenze, private della capacità di programmare e, soprattutto, incapaci di trasferire conoscenze tra generazioni di lavoratori.
Lo stesso Verbaro ammette che i tagli lineari e le politiche di riduzione dei costi non hanno prodotto una reale revisione dei processi, ma hanno semplicemente ridotto le disponibilità. È una constatazione importante, ma solo a patto che non resti estemporanea. Proprio questa consapevolezza, infatti, dovrebbe indurre prudenza rispetto alla tentazione di utilizzare oggi l’Intelligenza Artificiale come nuovo totem per riaprire il dossier degli organici.
L’errore metodologico consiste nel confondere lo strumento con il progetto organizzativo. L’IA è un abilitatore, non un modello di amministrazione. Può accelerare attività ripetitive in maniera straordinaria; può supportare l’analisi dei dati e affinare alcuni processi decisionali.
Non può, e non deve ad avviso di chi scrive, sostituire la progettazione organizzativa, che richiede invece una profonda conoscenza delle funzioni pubbliche assolte, senza trascurare i vincoli del Legislatore e il valore aggiunto creato dalle persone.
Che l’Intelligenza Artificiale diventasse “la via maestra” verso nuovi lidi era abbastanza scontato. La realtà è però diversa: cambiano gli strumenti, ma resta immutata l’idea che esista una soluzione tecnologica capace di ovviare problemi che sono innanzitutto culturali e politici.
La vera emergenza non è l’eccesso di personale amministrativo, ma la difficoltà ad affrontare fragilità arcinote da tempo: prima fra tutte, l’incapacità di attrarre e trattenere professionalità qualificate. Pensare che la soluzione sia l’investimento delle forme più avanzate di tecnologia, col dichiarato intento di alleggerire gli organici, significa invertire il rapporto causa-effetto.
L’Intelligenza Artificiale dovrebbe essere introdotta gradualmente, sperimentata nei processi, valutata nei risultati e accompagnata da importanti investimenti nella formazione. Solo dopo averne verificato gli effetti concreti sarà possibile comprendere se e come modificare l’organizzazione del lavoro. Anticipare le conclusioni vuol dire costruire progetti di riforma su ipotesi, non su evidenze.
Meno slogan e più sperimentazione, meno annunci di rivoluzioni organizzative e più investimenti. Altrimenti anche l’IA rischierà di trasformarsi nell’ennesimo mito riformatore destinato a lasciare in dote una PA più esposta e meno attrezzata ad affrontare le sfide della trasformazione. ![]()
[*] Funzionario pubblico. Le considerazioni contenute nel presente scritto sono frutto esclusivo del pensiero dell’autore e non hanno in alcun modo carattere impegnativo per l’Amministrazione di appartenenza.
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