
La morte di Pietro Zantonini non è solo una tragedia individuale: è uno specchio impietoso puntato contro la nostra epoca. Un uomo di 55 anni, addetto alla sicurezza morto di freddo mentre lavorava a Cortina d'Ampezzo, a sedici gradi sottozero, per dodici ore consecutive, in silenzio, nella notte.
Dovremmo tutti pensarvi, è un fatto morale, prima ancora che giuridico. Viviamo in una società che ha trasformato il lavoro da strumento di realizzazione a dispositivo di consumo dell’essere umano. Il corpo, purtroppo, è diventa una risorsa, il tempo una merce, la vita un costo da ottimizzare. In questo meccanismo, l’uomo smette di essere fine e diventa mezzo. Kant lo aveva detto con chiarezza secoli fa: quando l’essere umano è trattato solo come mezzo, qualcosa di radicalmente ingiusto sta accadendo. Eppure, oggi questa ingiustizia è diventata normalità amministrativa, routine produttiva, dato statistico.
Pietro non è morto solo per il freddo. È morto dentro una cultura che ha accettato l’idea che si possa lavorare fino allo stremo, che la resistenza fisica e psicologica sia una virtù, che chiedere aiuto sia una debolezza e che morire sul lavoro sia, in fondo, un rischio “del mestiere”. È morto perché l’essere umano è stato ridotto a numero nella catena di produzione, a turno da coprire, a presenza da garantire. Ricordiamolo siamo tutti Sostituibili, Invisibili per questo sistema.
La società del consumo non consuma solo oggetti: consuma vite. Ci abitua all’indifferenza e ci anestetizza. Una morte diventa notizia, poi rumore di fondo, poi oblio. L’indignazione dura lo spazio di un titolo, mentre il sistema che l’ha resa possibile resta intatto. È questa l’accomodante indifferenza che ci rende complici: sappiamo, ma continuiamo; ci indigniamo, ma accettiamo; piangiamo, ma non cambiamo. C’è qualcosa di profondamente disumano nel fatto che un uomo debba morire di freddo per garantire il progresso, l’efficienza, l’immagine di un grande evento. Non perché le Olimpiadi siano il problema, ma perché dietro ogni grande opera che ignora la fragilità umana si nasconde una gerarchia dei valori malata, in cui la scadenza conta più della vita, il profitto più della dignità, il risultato più della persona.
La dignità del lavoro non è uno slogan: è il confine morale di una società civile. Quando quel confine viene superato, non siamo di fronte a un incidente, ma a un fallimento collettivo. Un fallimento etico prima che politico, culturale prima che economico.
Pietro Zantonini aveva un nome, una storia, una famiglia. Non era un numero, anche se così è stato trattato. Ricordarlo significa rifiutare l’idea che la morte sul lavoro sia normale, inevitabile, accettabile. Significa ribadire che una società che tollera tutto questo ha smarrito il senso del valore della vita umana.
Per tutto questo dedico a lui la mia poesia. ![]()
Nel gelo del lavoro (dedicata a Pietro Zantonini) Vegliava la notte, faro stanco inchiodato al buio. Il respiro era un gelo sotto il cappio, strangolava fumate di fiabe, promesse bianche che salivano e cadevano mute nel cantiere. Aculei tormentati gli pungevano il volto, mentre un’acciambellata indifferenza dormiva al caldo, distante dal turno che morde la carne. Nel suo essere si stanavano orizzonti di cicalecci lontani, voci stringevano le sue palpebre appannate, raggelate dal martirio di ore senza riparo. Una coltre di neve, candida come giaciglio, vantava l’inferno: legioni di pensieri dannati accordati a canti funebri nel suo petto. La notte abortendo attimi di gelo raddoppiato, con voce arrochita getta via le parole. La morte che scoppia nel ventre del lavoro, fa campo di strage senza nome. Gli incubi hanno peso di neve, monti superbi, cime cornute: portano ancora l’aggettivo freddo in mezzo alle vene. Il mezzo liquido che ruggisce furie si è fermato, congelando fiere selvagge. Alla famiglia una premonizione di paura, un rischio, detto piano per non spezzare tutto. Ora resta il corpo, una domanda nel silenzio e una verità che veglia, congelata. |
[*] Poetessa e scrittrice, è nata a Cuba e residente nel bolognese, coniuga la formazione scientifica (Biologia e Scienze Infermieristiche) con un’intensa attività letteraria e civile. Autrice di 18 libri, tra cui “Di un’altra voce sarà la paura” (candidato allo Strega 2024), esplora temi di migrazione e identità. Attivista contro la violenza di genere e per la sicurezza sul lavoro, collabora con numerose testate culturali e coordina progetti educativi su empatia e consapevolezza emotiva.
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