Pillole di satira e costume, per distrarsi un poco
di Fadila
Ho sempre nutrito un profondo rispetto per la natura e per tutti gli esseri viventi, animali e vegetali, oltre naturalmente per l’umanità. Per farti capire: mi blocco persino a recidere un fiore del mio giardino per portarlo in casa e goderne il profumo, perché quel gesto mi sembrerebbe togliergli la vita.
Tra gli esseri viventi, il cane mi ha sempre affascinato per l’amore e la fedeltà gratuita verso i suoi padroni. Concetti appresi più dalla letteratura che dall’esperienza, perché per tantissimi anni non ne ho mai avuto uno. Ricordo ancora, tra le letture scolastiche, il brano dell’Odissea dedicato ad Argo, il cane di Ulisse: rimasto in casa, era invecchiato nell’attesa del suo padrone e, quando Ulisse rientra a Itaca dopo vent’anni, travestito da mendicante per ingannare i Proci, nessuno lo riconosce — né la moglie né il figlio. Solo Argo lo individua subito, agitando la coda e le orecchie; felice di averlo rivisto, può finalmente morire in pace.
Un altro cane che mi è rimasto impresso è Balthasar, l’amico a quattro zampe di uno dei protagonisti della Saga dei Forsyte. Soames, uomo difficile e poco incline ai rapporti umani, riesce a esprimere i suoi sentimenti solo con lui, e insieme invecchiano in una sorta di simbiosi. Anche quando Soames esala l’ultimo respiro, dolcemente, come se si addormentasse circondato dai suoni della natura, Balthasar gli resta accanto, come a voler testimoniare una fedeltà eterna.
La mia ostinazione a privarmi della compagnia di un cane — per il timore che potesse limitare la mia libertà — è durata molti anni. Poi, un giorno di oltre dieci anni fa, mia figlia è arrivata con in braccio un batuffolo di peli da cui spuntavano due grandi occhi e un naso a patata. Era il suo tanto desiderato Labrador, appena svezzato, e mi ha fatto innamorare all’istante. Dopo quasi un anno, a causa di una serie di avvenimenti anche dolorosi, sono venuti ad abitare con me. Da allora, tra me e Leo, così era stato chiamato, anche perché aveva un capoccione simile, seppure in miniatura, a quello di un leone, è nato un rapporto meraviglioso, pieno di sentimenti ed emozioni: amore, dedizione, fedeltà.
Adorava il giardino e non me lo rovinava più di tanto, salvo qualche buca nei primi tempi. Da giovane correva lungo il perimetro con una velocità incredibile; in certi momenti sembrava quasi librarsi da terra, come se gli fossero spuntate le ali.
Certo, qualche volta mi ha fatto penare. Succedeva quando riusciva a uscire dal cancello e ad allontanarsi — perché, come il suo padrone, sentiva l’odore delle femmine anche a chilometri di distanza. Allora per me iniziava la fase drammatica dell’inseguimento, nel timore che potesse capitargli qualcosa, magari nell’attraversare la strada trafficata vicino casa. Una volta, correndogli dietro, sono uscito quasi in mutande e, durante la ricerca, davanti a un cancello aperto ho sentito un grande schiamazzo provenire dal retro. Sono entrato, pieno di speranza, e l’ho trovato che rincorreva una decina di oche starnazzanti. Il suo ritrovamento mi ha tolto all’istante ansia e paura, e quella scena buffa mi ha restituito il buonumore.
Col tempo siamo diventati una coppia collaudata, inseparabile. Poi un giorno ha smesso di mangiare, lasciando gran parte del cibo nella scodella, lui che si distingueva per la sua voracità. È stato il primo sintomo del suo male mortale, che ha sopportato con grande dignità e dolcezza fino all’ultimo istante. Gli sono stato vicino anche nel momento estremo, mentre mi rivolgeva un ultimo, amorevole sguardo e allungava la sua zampetta per toccare la mia mano, lasciandomi nel dolore con gli occhi colmi di pianto. ![]()
di Silsan
Leggendo l’articolo di Roberto Leardi “I 25 anni della Fondazione: un viaggio nel tempo” della rivista n. 73 di Lavoro@Confronto, in cui è stato ricordato Mario Camatti, mi è tornato in mente un episodio, quando un giorno ebbi occasione di incontrarlo e scambiarci alcune riflessioni. Parlando un po’ del mio percorso lavorativo da poco avviato, lui con voce ferma e autorevole mi disse: “ricorda sempre, fai la brava e fa quello che ti pare”.
Immaginai le sue parole come l’evocazione di un mantra, sul quale di tanto in tanto tornavo a riflettere. Cercavo infatti di intercettare all’interno dei due enunciati, una relazione di causa ed effetto, dove due fondamentali valori, il dovere e la libertà, avrebbero potuto fondersi.
Desideravo trovare uno spazio, o meglio un punto di convergenza, in quella causale-consecutiva, come se, prima o poi avrei sentito attivarsi un “click”, con il necessario tempo di maturazione. Il dovere (fare il bravo) e la libertà (fare ciò che ci pare) dunque riflettevo, entrambi richiedono valore etico e spirituale. Il primo, non come obbligo ma come senso di responsabilità, il secondo invece come obbligo, in quanto la libertà in fondo ci conduce sempre a scegliere.
Già nello stesso significato di “bravo” è esistita una scelta, quella di interpretazione. Infatti, se la associamo ai noti personaggi di Alessandro Manzoni. ‘bravo’ equivaleva a “pravus” (cattivo o barbarus) oppure in inglese “brave” colui che è “capace di tutto”.
Proprio attraverso un percorso evolutivo e purificatorio, la parola bravo sembra sia giunta nel tempo, con l'opera lirica, ad essere invece associata all‘eccellenza artistica. Non più quindi essere bravi per abilità ad ingannare, ma per puro talento creativo.
Beethoven scrisse: “Bisogna fare tutto il possibile, amare la libertà sopra ogni cosa e non tradire mai la verità”. Questa frase sembra esprimere, pur con sfumature diverse, una simile essenza dell'altra. Così ho immaginato proprio la verità, quella interiore, ad essere stata eletta a creare il ponte tra dovere e libertà. Un passaggio, che si percorre viaggiando quotidianamente guidati dalla coscienza di ognuno e dal rispetto di sé. Un passaggio virtuoso… di cui forse Mario Camatti ne era già pienamente consapevole. ![]()
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