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Un vuoto da colmare

La crisi del movimento sindacale
di Fabrizio Di Lalla [*]

Fabrizio Di Lalla 2015 12Una democrazia, al di là delle sue formule istituzionali, è forte quando i due presupposti fondamentali su cui si basa, il consenso ai principi generali e la partecipazione alla vita pubblica raggiunge il massimo livello.

Nel nostro paese questo si è verificato per oltre un trentennio dalla proclamazione della repubblica, in cui la classe dirigente, quella cioè che detiene il potere politico, economico, finanziario e controlla la sfera sociale e culturale, ha fatto coincidere i propri interessi con quelli generali, creando un continuo, costante legame con gli appartenenti alla comunità o quantomeno alla sua maggioranza. Il raccordo tra potere e cittadini, che si manifestava attraverso la consapevole partecipazione alla vita pubblica, era garantito da una serie di organismi intermedi che oltre a svolgere il loro ruolo primario di mediazione degli interessi di cui erano portatori, avevano anche il compito, con le loro strutture capillari decentrate, di aggregazione, togliendo i cittadini dall’isolamento e emendandoli dal loro naturale individualismo. Una funzione importantissima soprattutto per le nuove generazioni. Tra questi organismi i più diffusi e ramificati sul territorio erano i partiti, per lo meno quelli di massa, le parrocchie con i loro oratori e i sindacati.

Dalla metà degli anni ottanta è sopraggiunta la lunga crisi del consenso e della partecipazione per una serie di cause che hanno minato la credibilità delle istituzioni e della stessa classe dirigente nel comune sentire di gran parte degli appartenenti alla nostra società. Tra esse sicuramente la fine delle ideologie, la crisi economica, l’inadeguatezza e la corruzione della classe dominante, non solo quella politica. Il consenso si è ridotto al minimo e gli strumenti di partecipazione frantumati. Così l’individualismo, spesso nel suo aspetto deteriore di qualunquismo, ha sostituito il senso della comunità e questa realtà, che si sta trasformando pericolosamente in moda culturale, rappresenta un elemento preoccupante soprattutto per i giovani che hanno bisogno, come l’aria che ci circonda, delle relazioni attualmente inadeguate se non del tutto mancanti, un vuoto pericoloso, sostituito in qualche caso per i più deboli ed emarginati dalla logica del branco.

In questa deriva la crisi del sindacato che oso definire quasi esistenziale, è tra gli elementi più preoccupanti perché vengono a mancare lo strumento di difesa e il collante tra i lavoratori che rappresentano la maggioranza dei cittadini. Nel recente passato, nel momento del suo massimo splendore, l’importanza del suo ruolo sociale non era in alcun modo messa in discussione e aveva addirittura varcato i confini del mondo del lavoro, toccando anche i luoghi della politica e della cultura.

Il movimento, proprio in quel periodo esaltante, attraverso grandi e anche aspre lotte, difese la dignità dei lavoratori e conquistò una serie di diritti, di cui l’emblema è stato fino ai giorni nostri lo statuto dei lavoratori. Temuto e rispettato dalle altre realtà sociali, compresa quella datoriale, fu uno dei baluardi, non va dimenticato, della lotta al terrorismo che sperava di conquistare il consenso nelle fabbriche e trovare su quel fronte il motivo della propria legittimazione. Ma il mare dove poter nuotare non fu disponibile proprio grazie all’azione del movimento sindacale.

Poi è iniziato il declino, inizialmente lento, quasi impercettibile salvo ai più avvertiti che invano lanciarono a tempo debito l’allarme, divenuto progressivamente sempre più profondo fino alla sua odierna irrilevanza. Dispiace dirlo ma ai giorni nostri il sindacato appare a una grossa fetta di cittadini un corpo estraneo, ormai quasi ai margini della parte viva e attiva della nostra società.

I motivi che hanno determinato tale situazione sono svariati e tra essi sicuramente la crisi economica, che gioca sempre un ruolo negativo per i lavoratori e la burocratizzazione, con la creazione di un pesante apparato che si è sostituito alle agili strutture di un tempo, in cui il motore el’elemento fondante era rappresentato dalla dialettica interna. Essa, attraverso procedure di democrazia sostanziale, diversamente dalle odierne ritualità, serviva all'elaborazione di progetti e programmi e si sceglievano i rappresentanti tra un’ampia rosa di candidati. La burocrazia, deleteria ovunque quando è eccessivamente pesante, lo è ancor più in ambito sindacale perché contrasta la circolazione di qualsiasi idea non in linea con le direttive imposte dall’alto. Un altro elemento che ha contribuito a cambiar pelle al sindacato è stato la modifica della scala dei fini; il rivendicazionismo si è visto prima affiancato e poi superato dall’attività assistenziale e di consulenza con la creazione di strumenti ad hoc che danno anche un importante ritorno economico.

Ma la causa determinante dell’attuale crisi del movimento va individuata nella sua incapacità di analizzare il profondo e rapido processo evolutivo della struttura sociale e del mondo del lavoro e di non essersi attrezzato alla bisogna. Nel corso degli ultimi decenni, infatti, in tale settore c’è stato un cambiamento epocale con il prepotente avanzamento dei servizi e con essi l’emergere di nuovi lavori spesso border line tra dipendenza e autonomia e il diffondersi a macchia d’olio del precariato.

Dilalla 14 1Alla fabbrica, luogo di nascita del movimento, che ha perduto il suo primato e in forte ridimensionamento, si è sostituito l’ufficio, non uno ma centinaia di migliaia. Qui, le condizioni degli operatori, che si contano ormai a milioni, sono radicalmente diverse da quelle dei lavoratori manifatturieri. La solitudine e la debolezza contrattuale sono gli elementi prevalenti e si accompagnano alla mancanza delle tutele fondamentali anche per l’assenza del sindacato che non è potuto o voluto entrare in una realtà complessa e difficile.

Tale scelta lo ha costretto lentamente a chiudersi in se stesso, continuando a rivolgersi alle tradizionali categorie che tuttavia non sembrano avere un grande futuro; il torrente di adesioni e consensi di un tempo si stanno trasformando in rivoli in lento prosciugamento. Gli iscritti sono ancora milioni, ma la prevalenza è quella dei pensionati, categoria cui si deve il più grande rispetto ma che ricorda il passato e non garantisce certo il futuro, perché i giovani, il nerbo sindacale di un tempo, stanno in gran parte nel mondo dei servizi, dove il movimento pesca poco e niente, salvo in quelli del pubblico impiego.

A proposito di quest’ultimo settore, chi scrive vi ha svolto per decenni la sua attività di sindacalista, vivendo la parabola della sua ascesa e decadenza. Dall’inizio entusiasmante alla ricerca dei primi coraggiosi proseliti in un ambiente ancora estraneo alle logiche sindacali, per costruire un nuovo mondo sconosciuto alla totalità dei pubblici dipendenti, all’introduzione della contrattazione, al tentativo non completamente riuscito della privatizzazione, alla lenta attuale agonia. Ne è esempio mortificante la corresponsione degli ottanta euro netti mensili a una ben precisa fascia di reddito, decisa unilateralmente dall’esecutivo, senza degnarsi neanche di consultare il sindacato che di fronte a questo colpo di mano ha risposto con un silenzio assordante. Non si può certo dar torto ai lavoratori che affermano che ormai ci pensa il governo a decidere quanto e a chi dare gli aumenti. È stata un’umiliazione i cui effetti dureranno nel tempo. A mio giudizio ancor più grave delle modifiche dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori.

Sembra di essere tornati, per uno di quei ricorsi storici che ogni tanto accadono, al periodo in cui essendo assenti il sindacato e le relazioni industriali era il datore di lavoro pubblico che pensava ai propri dipendenti con decreto, nei tempi e nei modi stabiliti a sua discrezione. Tutto questo forse per un destino cinico o baro? La realtà, invece, è che la parte datoriale, compreso il governo in tale veste, può fare quello che vuole per l’intrinseca debolezza del movimento che non riesce più a radunare le forze necessarie per opporsi con efficacia a tali colpi di mano. Va aggiunto che larghi strati della popolazione, compresi tanti impiegati del settore dei servizi, vedono il sindacato ormai come una corporazione, un elemento conservatore teso solo alla difesa del suo esangue contenitore di iscritti.


Dilalla 14 2Qualcuno dice che ormai il movimento è fuori mercato. Non credo proprio che ciò corrisponde alla realtà, anche se la situazione è difficile e al limite del non ritorno. Sono convinto, infatti, che essa possa essere invertita a patto che il gruppo dirigente lo voglia veramente e decida di agire in tal senso. Certo, non saranno sufficienti palliativi e mezzucci, magari validi in una situazione normale; occorre, invece, una vera rivoluzione culturale che trovi nuovi valori e strumenti idonei, certamente non facili da individuare, per coinvolgere i milioni di lavoratori senza tutela. Storia, esperienza e cervelli, se c’è tale volontà, non mancano.

Alla staticità attuale occorre un nuovo dinamismo. Oggi i quadri sindacali anche a livelli meno alti sono diventati dei funzionari, seduti dietro le loro scrivanie, in qualche caso presi dalla loro disperazione esistenziale. Quelli in trincea, ce ne sono ancora, vedono diminuire, giorno dopo giorno, la forza contrattuale del loro nobile agire. Se il movimento vuole tornare ad aggregare e conquistare nuovi spazi, anche i più difficili, deve rinnovare i suoi quadri dotandosi di elementi che abbiano entusiasmo e siano anche un po’ ‘corsari’. Tramite la loro opera il sindacato deve tornare a scorazzare nei posti di lavoro per comprendere e farsi capire e Il sindacalista deve essere considerato dai lavoratori uno di loro. Altrimenti temo in un futuro sempre più gramo. Nei prossimi numeri su questi temi chiederemo un confronto con i leader sindacali con domande anche scomode, sperando di ottenere risposte coraggiose e non banali. Quadrato Arancione

[*] Presidente della Fondazione Prof. Massimo D’Antona

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