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20 maggio 2016: diciassette anni dalla scomparsa di Massimo D’Antona

di Claudio Palmisciano

Claudio Palmisciano 6Esattamente 17 anni fa, erano da poco passate le 8 del mattino, in Via Salaria a Roma, a pochi passi dalla sua abitazione da dove era appena uscito per iniziare la sua normale giornata di lavoro, un commando terrorista uccideva Massimo D'Antona. Nella costernazione generale, Massimo D’Antona lascia la moglie Olga e la figlia Valentina.

Come tutti sappiamo, Massimo D’Antona in quegli ultimi anni del suo impegno professionale, oltre ad essere uno stimato docente dell’Università La Sapienza di Roma, operava a fianco del Ministro del Lavoro per la stesura del Patto sociale e del Piano dell'occupazione; fu ucciso perché – secondo i terroristi - nel conflitto sociale esprimeva il senso della mediazione possibile e perché rappresentava la mente che avrebbe consentito allo Stato di poter funzionare meglio.

Fra i tanti studi svolti e gli importanti contributi messi a disposizione delle Istituzioni, delle forze sociali e degli studiosi, Massimo D’Antona, nella sua visione ampia del mondo del lavoro italiano, aveva aperto un fronte di discussione sul ruolo determinante della pubblica amministrazione come fattore essenziale di un equilibrio dinamico tra forze e soggetti che responsabilmente assolvono al loro ruolo di gestione della produzione. Una discussione che, in tema di relazioni sindacali nel pubblico impiego, lo portò a scrivere una delle pagine più importanti della letteratura giuslavoristica pubblica mettendo a disposizione del legislatore importantissimi contributi che hanno regolato positivamente e per tanti anni le relazioni sindacali nel lavoro pubblico.

Ricordiamo, infatti, che Massimo D’Antona, ha dedicato innumerevoli scritti alla costruzione sistematica della nuova figura del contratto collettivo nel pubblico impiego, svincolato dal regime pubblicistico e base per la regolazione del rapporto con i lavoratori. Alla fine degli anni ’90, implementando in maniera vigorosa il decreto 29 del 1993, relativo alla delegificazione del rapporto di pubblico impiego, aveva immaginato, fra le altre cose, che la negoziazione e la sottoscrizione di contratti collettivi, rappresentasse, così come avviene per i datori di lavoro privati, un mezzo per esercitare l’autonomia organizzativa attraverso la capacità di diritto privato.

D’Antona credeva fermamente nella fonte pattizia, tanto da considerarla insostituibile in quanto unica via per introdurre nell’assetto normativo dei rapporti di lavoro quelle modificazioni, richieste dall’innovazione organizzativa, che non possono essere determinate senza il consenso dell’altra parte, perché formano il contenuto obbligatorio dei contratti individuali.

D Antona DidaAttraverso i contratti collettivi, sosteneva D’Antona, si ottiene il consenso preventivo dei sindacati su quelle innovazioni organizzative che, rientrando nel potere gestionale dell’amministrazione, possono essere attuate unilateralmente, ma che, se non condivise dai lavoratori interessati, possono essere anche contrastate attraverso il conflitto sindacale. In questo senso, la contrattazione collettiva viene considerata uno strumento delicato da maneggiare ma, sicuramente, efficiente per la gestione consensuale nei processi di innovazione organizzativa.

Un capitolo su cui D’Antona si è molto speso è quello della riforma della dirigenza pubblica che costituisce il nodo principale delle innovazioni del pubblico impiego. A D’Antona non sfuggiva, infatti, la necessità di contrattualizzare la dirigenza in modo da spezzare il patto tra “fedeltà ed immunità” che porta alla sostanziale inamovibilità dei dirigenti, anche di quelli incapaci ed improduttivi, ma riteneva che l’alta dirigenza dovesse sottostare a questo processo di privatizzazione pur non invadendo quello statuto di doveri e di garanzie. La citazione di alcuni cenni della copiosa opera di Massimo D’Antona dimostra oggi, anche a distanza di diciassette anni, che buona parte di quell’importante impegno è ancora di straordinaria attualità e ci avvilisce un po’ (per non dire altro) il pensare di essere passati da quella stagione di forte impegno culturale messo a disposizione del Paese tutto, alla stagione del “fannullonismo” che ha avuto l’unica conseguenza di relegare nell’angolo di una incredibile condanna morale e professionale, in maniera indiscriminata, tutti i pubblici dipendenti.

Insomma, oggi ancora di più, credo debba essere fatta una riflessione rispetto al rischio di vedere dispersa tutta l’eredità che ci ha lasciato Massimo D’Antona, attraverso il suo impegno, i suoi studi, le sue ricerche. Un patrimonio che oggi non viene adeguatamente studiato e valorizzato e che invece potrebbe costituire un ottimo punto di riferimento sia per le questioni che attengono al mercato del lavoro come anche per quelle della pubblica amministrazione. E’ per questo che la Fondazione Massimo D’Antona, pur con tutti i limiti che può avere nello svolgimento della sua azione, continua a produrre una serie di sforzi tesi a tenere vivo il ricordo e le opere di Massimo D’Antona. Quadrato Verde

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