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Anno VI/VII - N° 30-31

Rivista on-Line della Fondazione Prof. Massimo D'Antona

Novembre 2018/Febbraio 2019

Rivista on-Line della Fondazione Prof. Massimo D'Antona

Anno VI/VII - N° 30-31

Novembre 2018/Febbraio 2019

Tavola Rotonda - “Rilancio dei servizi per l’impiego tra realtà ed utopia”

Intervento CISL

Roma, 21 dicembre 2018
Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali

di Andrea Cuccello [*]

Andrea Cuccello 30 31

La questione generazionale sta tornando a occupare un posto di primissimo piano tra i tanti cambiamenti sociali che investono l’Italia e tutte le società europee. Mai come in questo momento la demografia sta spingendo, modificando e condizionando il mercato del lavoro e il Welfare State.

“L’Italia non è un paese per giovani” si potrebbe dire parafrasando il celebre romanzo americano di Cormac McCarthy; e questa constatazione ce la suggeriscono non solo i dati demografici (con una popolazione over 60 ormai maggioritaria rispetto a quella under 30, e un calo di ben 120 mila nascite annue registrato nel nostro Paese tra il 2008 e il 2017 – dati istat –), ma molti altri segnali. Primo fra tutti il diffondersi di una mentalità che considera i nostri giovani non più “risorse” su cui scommettere il futuro del Paese, ma li vuole o inconcludenti studiosi, o pigri “bamboccioni” che non escono di casa, o infine reietti del mondo del lavoro, condannati alla precarietà e al sottoimpiego.


Eppure non è questa la svilente fotografia che ci dà ad esempio l’ottava indagine Eurostudent per il periodo 2016-2018, presentata proprio in questi giorni. I dati del triennio ci dicono a livello percentuale che sono proprio gli studenti italiani quelli con il più alto tasso di ore di studio in Europa. Gli universitari italiani impiegano nello studio quasi 44 ore settimanali, il 30% in più della media calcolata in Europa. Un aumento che è nella realtà specchio di un’assunzione di responsabilità rispetto alla percezione del futuro che esige un maggiore investimento di energie nello studio.

Andrea Cuccello 30 31 1E che proprio pigri bamboccioni i nostri giovani non siano ce lo svela il dato relativo ai fuorisede. Siamo il paese europeo che colleziona il maggior numero di fuorisede. Buona parte di questi studenti cambia addirittura regione per studiare: l’istruzione viene al primo posto per le famiglie di questi ragazzi, e i giovani, pur di assicurarsi un’educazione superiore, abbandonano il divano e le comodità di casa.
Un ultimo dato della ricerca vale la pena citare e che ci invita a riflettere: l’aumento degli studenti provenienti da famiglie con livello di istruzione medio-alto, e la diminuizione di quelli provenienti da famiglie con un basso livello di istruzione: una spaccatura che a lungo andare rischia di dividere il paese tra i colti e gli ignoranti. Servirebbero più borse di studio e alloggi e una “no tax area” più ampia.


La questione giovanile si inserisce nel più complesso capitolo della transizione professionale e di tutte le politiche attive di sostegno alla sua efficace realizzazione.

Negli ultimi 30 anni almeno, le varie riforme del mercato del lavoro hanno solo sfiorato quello che in realtà è l’aspetto più qualificante e soprattutto il ponte più efficace tra lavoro e lavoro.

L’ultima riforma per la prima volta insegue i modelli più evoluti, scontrandosi però con una realtà culturalmente ancora impreparata.

È la vera sfida da superare: realizzare l’utopia possibile.

In tema di politiche attive è ben noto che esiste un pesante gap con tutti gli altri paesi dell’U.E. Abbiamo investito negli ultimi anni pochissime risorse sia umane che finanziarie, ottenendo risultati decisamente inadeguati.

Andrea Cuccello 30 31 2Negli ultimi dieci anni, la proporzione dei giovani 20-24enni che non lavorano, che non studiano o che non seguono un percorso di formazione (i neet) è aumentata di 10 punti percentuali in Italia, il valore più alto di ogni altro Paese dell’OCSE.

Non è bastato il Jobs Act a rafforzare la debolezza delle politiche attive del lavoro. Il cammino da fare è ancora lungo, per non lasciare mai soli i giovani nella ricerca di un lavoro prima, e i lavoratori poi, nelle fasi di transizione, sostenendoli, informandoli, formandoli, in una nuova consapevolezza di pro attivazione.

I CPI dovrebbero proprio svolgere questa funzione di accogliere, recepire le istanze, erogare interventi salvavita, orientare e poi indirizzare gli utenti verso i passaggi successivi.

Funzione che non deve essere interrotta da un cambio di rotta politico.

Le stesse Regioni dopo aver assorbito i lavoratori dei CPI con modalità conformi chiedono a gran voce di esser anch’esse protagoniste di questo importante cambiamento all’interno di un cammino unitario che veda ‘Linee Guida’ e ‘Sistema Informatico’ nazionali pronti ad omogeneizzare ogni diversità, pronti a sostenere ogni volontà.

Per quanto riguarda i CPI, servirebbe da subito mettere in campo alcuni interventi:

  • servirebbe una banca dati unica. Le offerte di lavoro dovrebbero essere visibili in tutta la penisola. Oggi è presente un Sistema Informativo Unitario composto a livello nazionale dall’Anpal e da 21 sistemi locali (uno per regione più la provincia di Bolzano). Risultato: un meccanismo farraginoso e dati che non circolano;
  • si dovrebbe far dialogare la banca dati dei centri per l’impiego con l’Inps, l’Agenzia delle Entrate e il Miur;
  • i centri per l’impiego dovrebbero fornire un servizio efficiente e veloce alle imprese;
  • meno burocrazia;
  • l’idea di fare tutto tramite app è suggestiva ma lo fa circa il 10% di coloro che prendono appuntamento;
  • si deve interrompere il circolo vizioso tra lavoro nero e la Naspi;
  • si devono mettere in concorrenza le agenzie private e quelle pubbliche nel cercare il lavoro ai disoccupati. Questo avviene in Lombardia, dove grazie a un sistema che con i fondi europei garantisce un compenso ai centri per l’impiego che riqualificano un disoccupato e gli trovano lavoro, viene ricollocato oltre il 50% dei richiedenti.


È il Governo che deve farsi carico del processo di riforma, intervenendo sia sui nuovi o seminuovi ammortizzatori sociali (come il nuovo REI o Reddito di Cittadinanza), siano esse strutturali ed attese operazioni come la stabilizzazione dei precari nel settore, e l’implementazione progressiva di un insieme di risorse umane che attende solo, finalmente, dopo decenni di attesa, il VIA.


Il ddl Bilancio prevede la creazione di un apposito Fondo per il Reddito di Cittadinanza che ammonta a 9 miliardi per il 2019 così composti: 6,8 miliardi di nuovo finanziamento +2,2 miliardi provenienti dal Fondo Povertà (oggi destinati al sostegno economico per i percettori del REI). Il Fondo è strutturale per i successivi anni e verrà impiegato anche per finanziare la Pensione di Cittadinanza.

L’investimento di risorse contro la povertà nel nuovo Fondo è ingente e permetterebbe, se ben indirizzato, di fare uscire potenzialmente tutte le famiglie dalla povertà assoluta (5,1 milioni d’individui). Positivo dunque l’ampliamento della platea dei beneficiari, purché effettuato a partire dai più poveri.

L’attenzione alla componente di attivazione lavorativa, in particolare per il possibile coinvolgimento dei Neet, e il potenziamento dei Centri per l’impiego risultano miglioramenti rispetto al precedente schema, purché non determinino un sovraccarico di questi ultimi per un ruolo eccessivo di governance dell’intera misura. Va bene dunque che l’analisi preliminare sulle condizioni della famiglia beneficiaria possa essere fatta nei CPI, indirizzando però le famiglie multiproblematiche ai Servizi Sociali per il loro percorso d’inclusione.

Occorre evitare di confondere uno strumento di lotta alla povertà con uno strumento di attivazione lavorativa. Nel primo caso l’obiettivo fondamentale deve essere l’uscita dalla condizione di povertà, dunque l’importo dovrebbe non essere particolarmente elevato e la condizionalità meno stringente in termini temporali. Nel caso di un sostegno all’occupazione invece, dove l’obiettivo principale diventa l’impiego lavorativo, ha senso prevedere un importo più elevato ed uno stringente limite temporale.

L’esclusione nell’elaborazione del provvedimento dei principali attori, quali Regioni, Enti Locali, Parti Sociali e Organizzazioni dell’Alleanza contro la povertà rappresenta un errore in quanto sottrae al processo risorse professionali e competenze ed esperienze importanti.

Il percorso intrapreso della costruzione del REI (attraverso il Memorandum) ha mostrato di essere virtuoso e non si capisce per quale ragione sia stato almeno per ora abbandonato.
 

L’antitesi generazionale


L’Italia non è un paese per giovani, dicevamo all’inizio. Ma a tratti, neanche un paese per vecchi. Troppo spesso infatti intellettuali e classe politica cedono alla tentazione di anteporre i giovani ai meno giovani, la generazione dei figli a quella dei padri, accollando ai primi il fardello di un debito che i secondi, sottraendo risorse e opportunità, avrebbero creato.

Falso. La realtà ci suggerisce altro, parlandoci di sostegno, condivisione, di rete familiare.

Andrea Cuccello 30 31 3E per il lavoro i SPI possono e devono essere strumento aggregante: attraverso temi strategici come l’istruzione e la formazione, non visti come momenti di isolamento dalla realtà e dagli altri, ma di messa in comune di luoghi, di situazioni, soprattutto di persone, che hanno obiettivi del tutto compatibili. L’Alternanza Scuola Lavoro ad esempio, è riuscita a mettere in comunicazione mondi che diversamente resterebbero divisi, chiusi, arroccati.

Ma Alternanza scuola-lavoro e apprendistato duale benché riforme avviate e positive, stanno trovando molte difficoltà nella loro applicazione concreta, tanto che i loro effetti sono ancora limitati.

I giovani continuano ad essere in una condizione di disagio perché sono ancora troppo poche per loro le opportunità e le tutele concrete e tangibili. Bisogna fare di più sul fronte della formazione per accrescere le competenze, questa è una delle leve più incisive su cui occorre puntare di più per qualificare le giovani generazioni e metterle in sintonia con il mercato del lavoro che cambia. In un mercato del lavoro dinamico le transizioni lavorative non devono più essere un problema.

L’orientamento formativo è fondamentale perché si annulli il mismatch tra domanda e offerta di lavoro.

La difficoltà segnalata dalle imprese di trovare il candidato più idoneo passa, infatti, dal 12% dei contratti totali del 2016 ad oltre il 21% nel 2017. In un mondo che cambia rapidamente e in cui la forza lavoro registra progressivi aumenti dell’età media anche le competenze dei lavoratori stanno “invecchiando” e potrebbero non essere più adeguate. Globalizzazione e digital transformation stanno poi radicalmente mutando le skills richieste ai lavoratori e stanno facendo emergere nuove professionalità.


Andrea Cuccello 30 31 4Il ruolo dell’istruzione e della formazione è essenziale.

Occorrerebbe un Piano Marshall per i sistemi educativi e l’occupazione. Un Piano focalizzato sull’educazione di base, ma per farne un ponte verso il lavoro, un’attività continua che accompagni la persona in tutto il suo ciclo di vita.

Un Piano che riguardi le risorse e gli investimenti, e che ponga attenzione all’organizzazione e ai risultati.

Siamo fiduciosi che si concretizzino le nuove aperture mostrate dal Governo.

Tra i temi strategici vi è l’attuazione del sistema duale con l’introduzione dell’obbligo per l’alternanza scuola-lavoro e la riforma dell’apprendistato, dove ci auguriamo si creino strumenti più forti e decisivi per una governance partecipata che riconosca un ruolo alle organizzazioni sindacali, fondamentale per aiutare le imprese, le scuole e le famiglie ad interfacciarsi con queste nuove opportunità. L’alternanza scuola lavoro per questo valorizza il capitale umano.

Da noi, infatti, una delle cause delle difficoltà nell’inserimento lavorativo sta nell’inadeguatezza della preparazione offerta dai sistemi di istruzione e formazione rispetto alle richieste di professionalità del mercato del lavoro.

Occorre un massiccio investimento per raggiungere standard di qualità più elevati, in linea con gli obiettivi dell’U.E. ed in particolare dell’agenda del Fondo Sociale Europeo.

In un mercato del lavoro “liquido”, in uno scenario d’incertezza e crisi, i nuovi SPI e i rinnovati CPI devono saper raccogliere la sfida per essere la bussola nel mare dell’incertezza, perchè le opportunità amplificate dalla fluidità del lavoro per alcuni, non si trasformino in limiti e disuguaglianze per altri.

Occorre Fare sistema.

Creare una RETE del LAVORO che nasca nella riorganizzazione del sistema scolastico e dell’istruzione, cresca con la predisposizione di strumenti di formazione continua come diritto, si rafforzi grazie ad altri strumenti quali le politiche passive ed attive finalmente possibili ed efficaci, e si sviluppi all’interno di un nuovo mercato del lavoro nel quale i CPI siano la struttura in grado di avviare, registrare e coordinare il processo in piena, esplicita e finalizzata collaborazione con il settore privato e quello dei corpi intermedi.

Di utopie dobbiamo nutrirci, e la realtà deve essere il nostro ‘sogno quotidiano’. Quadrato Rosso

[*] Segretario Confederale CISL

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