Anno VII - N° 36

Rivista on-Line della Fondazione Prof. Massimo D'Antona

Novembre/Dicembre 2019

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Anno VII - N° 36

Novembre/Dicembre 2019

Alla ricerca di un umanesimo digitale

… contrapponendosi ad una umanità smarrita…


di Stefano Olivieri Pennesi [*]

Olivieri Pennesi 28

Iniziamo queste nostre riflessioni cercando di dare un’anima ed una nuova contaminazione al termine così vastamente in uso quale è: “Digitale” o per meglio dire un diverso punto di osservazione di quello che la moderna nostra società contempla quale nuovo modello di sviluppo e io aggiungo di vita.

Partiamo col dire che non si intende fuorviare retoricamente, con una sorta di ossimoro, chi ritiene improprio accostare due termini quali: “Umanesimo” e “Digitale” che potrebbero apparire ai più in forte antitesi tra loro, ma che sono, a ben vedere, una interessante e sorprendente interpretazione culturale moderna, su ciò che sta accadendo alle nostre società.

Olivieri Pennesi 36 1Credo sia sotto gli occhi di tutti che oggi viviamo in un mondo dove le interconnessioni ed interazioni tra gli uomini e le macchine si fanno sempre più intense, con una capacità di mutamento pressoché continua.

È indubbio che il martellante e tumultuoso progresso tecnologico sta intimamente modificando la quotidianità di vita di ciascuno di noi. I modelli di sviluppo, in ogni ambito dell’agire umano. Come pure il produrre beni e servizi di interi settori merceologici, sono garantiti da un progresso tecnologico, alquanto inesorabile, che si fonda sempre più sul cosiddetto elemento “Digitale”.

Possiamo ragionevolmente partire da un assunto ovvero che sia osservando scenari presenti e ancor più scenari futuri ci si rende conto della ineluttabile relazione tra uomo e macchina, così tanto pervasiva proprio in quanto legata ai continui progressi della tecnologia ai quali assistiamo (spesso inconsapevolmente).

Un esempio in tal senso è certamente la creazione e gli sviluppi della cosiddetta “IA-Intelligenza Artificiale” con tutto quello che essa comporta rispetto alle implicazioni di natura etica e sociale.

A questo punto è giusto anche porsi delle domande:

  • Come è possibile utilizzare pienamente i vantaggi della intelligenza artificiale?
  • Come poter coniugare l’uso di “big data” al fine di interpretarne la loro portata per quanto attiene le scelte delle persone singole e delle comunità?


Prima di spingerci a ragionare più articolatamente su aspetti della modernizzazione del nostro tempo, grazie allo strumento tecnologico evolutivo quale è il “digitale”, ritengo si debba meglio chiarire come può essere inteso il binomio “umanesimo digitale”.


Con la parola umanesimo si può intendere la rinnovata centralità dell’uomo e delle sue opere, sia nel recupero di quanto realizzato nelle varie civiltà ed epoche della storia umana, sia in maniera prospettica di quanto verrà realizzato dall’uomo in futuro. Non dimenticando l’importanza e la dignità dell’uomo rivendicandone diritti, esigenze, valori.

In definitiva agire per garantire un umanesimo che si faccia carico, in una visione d’insieme, di governare e gestire il nuovo mondo basato su una società digitale, tra desideri e sviluppi anche imperfetti delle tecnologie prodotte, con la consapevolezza di “mantenere al centro” l’uomo e i suoi irrinunciabili bisogni sociali, morali, culturali.

Olivieri Pennesi 36 3È giusto quindi a questo punto porsi una domanda probabilmente retorica, ovvero: “un umanesimo digitale è possibile?” … anche in riferimento al futuro del lavoro e alle sue sfide?.

Con troppa approssimazione, ritengo, vengono disquisiti e dibattuti termini quali: intelligenza artificiale, trasformazione digitale, tecnologia, blockchain, robotica, machine learning, digital trasformation, internet delle cose, criptovalute, ecc. e questo deve spaventarci nella misura in cui non si riesce a comprenderne pienamente i significati.

Probabilmente, anche per tali ragioni, la trasformazione digitale, con la quale ci approcciamo, può apparire come un pericolo. Ma ciò può essere, per così dire, esorcizzato nel momento in cui parlando di tecnologia continuiamo ad essere le persone aventi dentro l’anima del cambiamento, con il loro fondamentale portato di “creatività” ed “intelligenza emotiva”.

È appena qui il caso di rammentare un importante evento, tenutosi molto di recente a Matera, città della cultura 2019, dove si è trattato il tema della “cultura digitale”. Ecco il titolo: “Cultura digitale: come cambiano i nostri comportamenti, le nostre possibilità e il lavoro, mentre la tecnologia evolve a ritmo accelerato?”

Ma parlando ancora di nuove tecnologie e umanesimo, non può sfuggire il fatto che così come dimostra una recente indagine di Manpower, gruppo internazionale statunitense, leader in HR, (come sopra accennato presentata durante l’evento tenutosi a Matera lo scorso mese di ottobre 2019) oltre il 90% delle piccole e medie imprese, del nostro Paese, dichiarano di credere profondamente nei processi di trasformazione digitale, quale leva strategica per migliorare la capacità di ottenere obiettivi di maggiore competitività a livello internazionale.

Questo interesse però frequentemente si contraddice con la scarsa conoscenza di nuove tecnologie e loro impieghi, in continua trasformazione ed evoluzione. Pur riscontrando una elevata sensibilità in tale ambito per la gran parte degli imprenditori le tecnologie sono preoccupantemente fondamentali al fine di garantire la sopravvivenza delle proprie imprese pur dovendo, con doti umane di “Resilienza”, capire ed anticipare le esigenze di un mercato fortemente mutevole e liquido.

Un mercato questo, comunque, la cui conoscenza dovrebbe coniugarsi con i necessari approfondimenti, da parte di tutti gli imprenditori: piccoli, medi, grandi per comprenderne l’operatività di una tecnologia applicata alle aziende (di varia natura e varie dimensioni) e che possa essere utilizzata, per il bene delle stesse imprese, con la consapevolezza del bisogno conseguente di dover cambiare i paradigmi alla base dei consolidati “modelli archetipi organizzativi”.

Olivieri Pennesi 36 5In questo un bisogno primario evidentemente è rappresentato nel saper investire in risorse umane, nel quadro HR, puntando sui giovani che maggiormente conoscono ed usano massivamente le nuove tecnologie, sfruttando al meglio le loro potenzialità presenti e future.

Riprendendo sempre spunto dalla sopra ricordata recente indagine di “Manpower group Italia” interessante il dato che mostrerebbe la propensione di oltre l’80% dei datori di lavoro a mantenere od aumentare il proprio organico anche a seguito di una maggiore spinta offerta dall’automazione. Si assiste con evidenza a crescenti investimenti nel digitale e nel trasferire sempre più mansioni operative ai cosiddetti robot o macchine evolute.

Assistiamo ad una sorta di migrazione di mansioni e funzioni verso una automazione spinta. Si creeranno, senza dubbio, nuove competenze e a seguire nuove tipologie di lavori.

In questo rinnovato sistema evoluto di lavoro e di produzione, è prevedibile constatare che un ruolo centrale lo potranno avere, per così dire, le “doti umane” sociali ed emotive o come usano nominare gli esperti ed operatori del settore HR, le cosiddette “soft skill” o meglio competenze trasversali non specialistiche, quali: capacità di comunicare, capacità di ragionamenti analitici, capacità empatiche, gestione degli imprevisti, attitudini al lavoro di team, capacità creative, capacità di elaborare informazioni complesse ma anche il possesso delle doti di adattabilità e affidabilità.
 

La tirannide degli Algoritmi


Iniziamo questa parte col tentare di dire cosa è un Algoritmo. Possiamo annoverarlo come un procedimento che ci risolve un determinato problema per mezzo di una serie di passaggi definiti, chiari ed elementari.

Esso sta alla base dell’informatica quale nozione teorica di calcolabilità. L’Algoritmo è quindi la soluzione di un problema che si intende automatizzare, o meglio ancora un “procedimento di risoluzione di un problema”.

Volendo richiamare il pensiero del professore di Sociologia Economica Lelio Demichelis, illuminante in uno dei suoi scritti la frase: “nella odierna Data-Society alla mano invisibile del mercato si affianca una mano invisibile automatizzata: una realtà pericolosissima in cui tutto anche l’uomo si riduce a calcolo e ogni condotta è gestita da un algoritmo. Il massimo della disumanizzazione a cui contrapporre, per salvarci, un umanesimo”.

Olivieri Pennesi 36 2Sempre seguendo il ragionamento di questo studioso in tema di integrazione ed interconnessione tra uomo e macchina, si affronta il tema di come realizzare la “fabbrica integrata”.

Questo era certamente il sogno di Ford e di Taylor che immaginarono e realizzarono l’organizzazione scientifica del lavoro (con la puntuale scansione temporale di ogni fase di lavorazione nelle catene di montaggio in ambito automobilistico). Come similarmente, sempre tra i produttori di automobili, ebbe grande sviluppo il sistema giapponese Toyota delle isole produttive quale simbiosi tra uomini e macchine, lavorando in equipe.

Questi processi, frutto dell’ingegneria della organizzazione, si sono poi evoluti sia negli ambiti della produzione che in quelli dei consumi. Quindi arrivare oggi ad essere presenti nella cosiddetta fabbrica integrata (che definirei immateriale) quale è appunto la “rete”.

Da ciò trova propria linfa la “tecnica” che permette di migliorare l’integrazione uomo/macchina, assistendo al contempo ad una sorta di “smaterializzazione” per mezzo della rete e delle piattaforme dedicate, sia delle fabbriche che del lavoro e financo dei consumi.

Sempre citando il prof. Demichelis la “fabbrica integrata” puntando a massimizzare produttività e profitto, tentando al contempo di azzerare tempi morti e conflitti interni, tende di conseguenza a ridurre l’umano a mero componente delle macchine, rischiando di diventare un modello in se come pure una norma di organizzazione sociale, assottigliando il confine esistente tra democrazia e rischio di pervenire ad una sorta di totalitarismo tecnico e capitalistico.

Olivieri Pennesi 36 4Ormai gridi di allarme su una evoluzione tecnologica, non governata, provengono anche da chi fino ad ora ne è stato protagonista indiscusso. Ad esempio il management di Facebook, con sempre più incisività ed autorevolezza, invoca “nuove regole per il rispetto della Privacy” dopo aver vissuto anni in cui tale termine era bandito dagli usufruitori ed ideatori della stessa piattaforma social, che consideravano tale “bene” un concetto superato e del passato.

Proprio rinunciando a pezzi di privacy e condividendo illimitatamente: affetti, relazioni, sentimenti, azioni, desideri, parole, immagini, ecc. nella nostra vita social di rete, abbiamo permesso (direi quasi sempre inconsapevolmente) alle società madri della Silicon Valley, di “profilarci” e configurarci in modo tale da costituire analiticamente il più potente ed esteso “Big data” che si conosca, necessario a sua volta per amministrare ed automatizzare nostri comportamenti con il ricorso a vari “algoritmi”.

Su questi ragionamenti e contenuti sopra enunciati, portati alla ribalta dal prof. Demichelis, non si può non essere sostanzialmente concordi e ancor più lucidamente preoccupati.

Gli Algoritmi, questi sconosciuti, agli albori dell’epoca 4.0 come molti studiosi amano definire questo inizio di nuovo millennio, sempre più travalicano nel nostro privato, come pure nel mondo dell’organizzazione del lavoro, almeno come lo stiamo scoprendo in questi tempi, appunto gli Algoritmi iniziano a dettare legge.

In alcuni settori, come ad esempio quello bancario, l’evoluzione tecnologica si fa galoppante distruggendo migliaia di posti di lavoro. Tale è il fenomeno che sta vivendo, ad esempio, il colosso bancario tedesco Deutsche Bank. Istituto questo che sta usando massivamente l’intelligenza artificiale e algoritmi alquanto sofisticati per subentrare a posti di lavoro umani.

Si parla di una stima di circa 18-20 mila unità che potranno essere sostituiti nell’arco di un quinquennio, da Robot ed Algoritmi destinati a svolgere attività di rendicontazione, invio massivo di e-mail e report per la clientela investitrice in prodotti finanziari.

Anche nell’ambito della Finanza e delle Assicurazioni iniziano ad essere operativi i Robot-Advisor utilizzati per le consulenze e gli investimenti. Come anche nel settore dei mutui l’utilizzo di algoritmi è presente per rilevare i livelli di rischio della clientela e quindi l’opportunità di concedere finanziamenti.
 

Amazon il richiamo della foresta…
dove di libero e naturale non vi è nulla!!!


Olivieri Pennesi 36 6Perdonate il richiamo parafrasato a luoghi ancestrali e alquanto ironico, se come ritengo utile fare abbinandolo invece a simbolo di modernità, tecnologia, robotica, umanità asservita al mercato, quale è il colosso mondiale dell’e-commerce, appunto l’azienda leader globale di mr. Bezos, proprio la Amazon.

La invasività delle nuove tecnologie travalica il settore dei servizi e pervade ugualmente anche gli altri settori produttivi. Nella cosiddetta Fabbrica 4.0 i famigerati “Algoritmi” controllano il tutto…. La produzione, gli orari, i ritmi delle linee, finanche pause e carichi di lavoro.

Similarmente l’algoritmo governa il grande mercato in espansione quale è quello delle consegne a domicilio di cibi. Deliveroo, Foodora, Glovo, Just Eat sono alcune delle maggiori società che gestiscono migliaia di novelli Pony express del food, con giornate passate sulle due ruote, con ogni tipo di meteo, senza tutele, senza contratti, senza previdenza ed assistenza, con paghe bassissime a consegna e a cottimo.

Insomma una schiavitù subita nel XXI secolo, governata da una “applicazione” (preziosa per chi la detiene e ne è assegnatario) che svolge il compito di “controllore di volo o meglio controllore di via” tecnologico per veicolare, sulle migliaia di clienti e quindi destinatari dei prodotti richiesti in tempi e distanze contingentate per i due ruote volanti.

Ma tornando a parlare delle fabbriche altamente tecnologiche, menzioniamo quindi appositamente il sistema denominato MES (Manufacturing Execution System) ossia quel software gestionale orientato al governo di una area produttiva di uno stabilimento industriale.

Obiettivo di questo sistema MES è quello di monitorare l’attività produttiva di un plesso industriale, nell’ottica di rendere il medesimo massimamente efficiente per mezzo della piena e totale tracciabilità di ogni tipo di lavorazioni.

Olivieri Pennesi 36 7Parliamo quindi di una assoluta gestione e controllo di produzione, interconnessione con macchine e impianti, gestione materiali, controllo qualità, controllo di processo, gestione manutenzioni, per mezzo di un modello matematico che attribuisce gli ordini di lavorazione alle linee produttive e detiene traccia dell’agire umano ossia gli operai, utilizzando scanner ottici, codici a barre, e altri sistemi serventi.

Oggi assistiamo anche alla evoluzione dei sistemi pocanzi illustrati, denominati MES, in quelli che più attualmente si stanno diffondendo, ossia i sistemi MOM (Manufacturing Operation Managment), intesi quali enfasi del concetto di assemblaggio di più servizi coordinati da una piattaforma unica, per gestire il ciclo di vita di un prodotto dalla sua ideazione, progettazione, sviluppo, vendita e spedizione al cliente finale.

Trattando sempre delle implementazioni degli Algoritmi matematici il loro impiego si spinge ad esempio sul versante dell’HR quale è la ricerca e selezione dei manager o delle alte professionalità.

Non di rado ormai le aziende impegnate sul fronte delle Risorse Umane, fanno uso di computer che spiano la mimica e il tono di voce dei candidati a posti di lavoro.

Si fa uso di un programma o App. già operativo negli USA, denominato “HIRE VUE” che sta quindi trasformando il classico colloquio di lavoro con il ricorso ad una nuova forma di selezione del personale che chiamiamo “video-recruiting”.

Questo programma può monitorare fino a 15 mila tratti di una persona, comprendendo la scelta del linguaggio, il tono, la postura, la gestualità, gli sguardi, la velocità di risposta, il grado di stress. Quindi un dominio della macchina che standardizza uniformando i parametri secondo l’orientamento del software che è stato affidato.

Interessante e al contempo allarmante, parlando sempre di Amazon, è il fatto che nella penombra del colosso statunitense operano anche migliaia di addetti-lavoratori che ascoltano quotidianamente una infinità di “tracce audio” registrate dall’assistente vocale “Alexa device” per il tramite dello smart speaker “Amazon Echo”. Si ascoltano le nostre conversazioni al fine di individuare possibili difetti di fabbrica dell’assistente vocale, ma anche perfezionare ed eseguire nel minor tempo possibile le richieste degli utenti-clienti-acquirenti.
 

Il pensiero di autori europei


Altri spunti interessanti che ci riportano ad una “critica ponderata” sul predominio globale da parte dei colossi della “Silicon Valley” e della sua ideologia, ci viene fornita da due intellettuali tedeschi che con il loro recente volume: Umanesimo digitale” edito dalla Franco Angeli nel 2019, ci hanno fornito una lettura critica e contrapposta al sistema dominante dato dalla tecnologia.

Gli autori Nida Rumelin e Weidenfeld hanno analizzato nel loro libro, l’intelligenza artificiale come nuova tecnologia, come pure l’apprendimento delle macchine, e anche gli strumenti quali sono i social network.

La linea guida di questo recentissimo prodotto editoriale, è quello di tracciare un confine netto che distingue le macchine, con le loro capacità, dall’uomo, facendo comprendere le differenze appunto tra uomo e tecnologie da esso prodotte.

In forza del dominio dell’ideologia capitalistica l’avanzare dello sviluppo e della tecnologia assottiglierà fino ad annullare ogni differenza tra uomo e macchine.

Per questo uno degli scopi dell’Umanesimo digitale, secondo gli autori, è quello di recuperare la centralità dell’essere umano rispetto alle macchine, al fine di non farsi schiacciare dall’idea che la tecnologia potrà governare tutto in maniera inevitabile.

Olivieri Pennesi 36 8Nel famoso film “Blade Runner” risalente ormai al lontano 1982, ma anche nel più recente altrettanto visionario film “Io Robot”, nello sfondo dei racconti e della loro sceneggiatura, si attaglia una domanda portante, che può essere appunto considerato il filo conduttore, ossia se i Robot possono avere una loro coscienza autonoma, ovvero un loro “sentire” di umana natura, consapevole e autoprodotto.

Per questo e altro ritengo giusto che la società, con la sua classe dirigente, possa interrogarsi anche per meglio orientarsi sul divenire dell’umanità, basata principalmente su tecnica ed economia, dove il fatidico algoritmo è il dominus fattuale e incontrastato, e dove quindi sarebbe giusto far affermare un “umanesimo digitale” di livello globale, in quanto e nella misura in cui il problema tecnologia, e sue applicazioni e declinazioni, riguarda l’intero pianeta, non singole nazioni o stati, singole comunità degli esseri umani proiettati nel terzo millennio, che debbono considerarsi ed avere la coscienza di rappresentare una “nuova umanità”.

In questo quadro d’insieme e di proiezione verso il futuro, in costanza del sicuro contributo che potrà sempre più essere offerto dalla cosiddetta tecnologia, un ruolo fondamentale dovrà essere assolto dalle istituzioni universitarie e di formazione.

Esse rappresentano le fondamentali infrastrutture cognitive, oltre ad essere una sorta di autostrada tra passato, presente e futuro, della conoscenza dell’essere umano, completando e saldando il percorso evolutivo e sociale. Una esperienza umana fondamentale per i nuovi orizzonti non influenzabili dal vivere il solo presente, con le sue contingenze e criticità.

Ecco riproporsi, quindi, soprattutto per le nuove generazioni, il bisogno di formazione permanente al fine di dotarsi delle cosiddette conoscenze e competenze il più possibile vaste, siano esse “soft skill” che “hard skill”. In una parola io definirei tutto ciò l’Umanesimo del sapere.

Olivieri Pennesi 36 9Esiste, al contempo, e ne prendiamo coscienza ogni giorno, anche il ruolo sociale della tecnologia, con il rischio, come precedentemente accennato, che le tecnologie tutte, non si limitino ad accompagnare lo sviluppo umano e i conseguenti cambiamenti sociali, ma addirittura li potessero determinare. Quasi ad affermare perciò che la rivoluzione digitale, alla quale assistiamo, possa definirsi una rivoluzione non soltanto tecnologica ma principalmente socio-antropologica, con fondamentali e contestuali ricadute di natura economica.

Riprendendo alcune riflessioni degli autori del già citato interessantissimo ed attuale libro, i tedeschi Nida Rumelin e Weidenfel, è giusto contrapporre l’Umanesimo digitale, quale alternativa possibile, alla trasbordante ideologia che sta segnando il percorso della vicenda umana, postulata dai più volte menzionati colossi della modernità formatisi nella famosa Silicon Valley.

Essere attenti contemporaneamente ai bisogni della tecnica, come pure ai bisogni dell’uomo, è un elemento irrinunciabile, soprattutto perché viviamo l’epoca dove il cambiamento tecnologico è dirompente, una sorta di rivoluzione immateriale di natura digitale.

Infatti le tecnologie digitali sono oggi già ampiamente presenti sia nei contesti lavorativi e sia in quelli privati e del tempo libero, svolgendo quindi fortissime pressioni sulle strategie e dinamiche economiche e sociali, tali da imporre una serie di quesiti: etici, morali, politici, giuridici, economici, sociali,

Per Umanesimo digitale si deve al contempo intendere il ruolo umano che si assume nei modelli di gestione dell’impresa e gestione di vita.

Di fatto le tecnologie digitali modificano il rapporto uomo-macchina in una vera e propria relazione persona-tecnologia.

Olivieri Pennesi 36 10L’uomo moderno convive con le tecnologie digitali puntando su di esse e sulle loro potenzialità, a tal punto da pervadere il vivere quotidiano profondamente, diventando un tutt’uno con il nostro lavoro, il nostro tempo libero, le nostre relazioni, e più in generale la nostra intera esistenza.

È anche evidente che la rivoluzione digitale in atto sta modificando e trasformando la natura della gran parte degli attuali modelli lavorativi, previo l’utilizzo massivo di macchine automatizzate, magari richiedenti abilità semplici. Mentre probabilmente gli esseri umani si dedicheranno a svolgere mansioni più complesse e creative e proprio per questo difficilmente automatizzabili.

Una ricerca di Unioncamere del 2017 ci dice che le nominate “e-skill” sono le competenze più ricercate. Abilità, quindi, di tipo digitale, nell’uso di tecnologie internet, nella gestione di strumenti informatici e conoscenze dei loro linguaggi.

Il capitale umano e il capitale tecnologico si dovranno sempre più intersecare.

Anche la questione di alfabetizzazione digitale trasversale, a tutte le professioni e possibilmente intergenerazionale. Allo stesso modo l’educazione al pensiero critico, delle gioventù universitarie, alla attenta capacità di analisi e di visione, saranno aspetti fondamentali da perseguire.

La curiosità e creatività anch’esse quali basi per una tecnologia digitale che si fondi su studi di natura umanistica, filosofica, psicologica, sociologica, letteraria, storiografica, insomma un modello di formazione universitaria con agilità culturali non solo tecnicali. Un ibrido di saperi e conoscenze umanistici, sociali e tecnologici nella complessità della società moderna e futura.
 

Conclusioni


Olivieri Pennesi 36 11La tirannide degli “Algoritmi”. Sicuramente essi tutelano l’efficienza di parti sempre più crescenti dell’agire e del produrre umano, facendo delle capacità di rendimento un obiettivo primario. Ma è giusto anche dire che nelle nostre culture deve predominare l’efficacia di una azione tendente ad un progresso equilibrato ed egualitario della società umana, anche accompagnato da crescita tecnologica che non sia “Antropofagica” verso l’uomo vivente con il suo portato di imperfezioni ed imprevedibilità.

In sostanza saremo prossimamente proiettati verso una nuova rivoluzione umana-tecnologica dove la differenza non la potrà fare esclusivamente la cosiddetta “Intelligenza artificiale” ma dovrà basarsi inevitabilmente sul governo generale da parte dell’uomo, con le sue capacità di leggere ed interpretare gli eventi esterni e il relativo contesto, elaborando situazioni mutevoli proprio con le esclusive capacità umane.

La tecnologia, quindi, facilita ed agevola, ma non dobbiamo dimenticare il fattore umano e quindi il bisogno di rispettarlo. Per questo anche la formazione continua deve avere un ruolo fondamentale, con una tecnologia che non può prescindere dall’essere umano sapendo che il futuro condiviso appartiene a tutti.

Poniamoci ora in conclusione alcuni quesiti fondamentali:

  • Possiamo definire la tecnologia neutra?
  • La razionalità esclude l’etica?
  • Fino a che punto si possono limitare gli spazi della giustizia sociale nel nome del profitto?


È giusto credere che oltre le nuove tecnologie ci sia sempre la dignità dell’uomo lavoratore da dover salvaguardare ed amplificare.

Quindi è possibile affermare che urge un nuovo tipo di Umanesimo per meglio orientarsi nell’epoca delle IA - Intelligenze Artificiali. Un Umanesimo che possa si riconoscere l’importanza dell’innovazione e delle nuove tecnologie, ma al contempo, guardi anche alle esigenze proprie degli esseri umani confidando nella “ragione umana”.

Olivieri Pennesi 36 12È possibile quindi evitare che si inneschi una “guerra ideologica” fra tecno-scienza e umanesimo, dove la tecnologia vuole assurgere al ruolo di neo cultura.

Dobbiamo ricercare un Umanesimo del Lavoro ma non meno della Tecnica, restituendo all’uomo quella dignità che qualsivoglia algoritmo non può né deve comprimere. E l’uomo si autoreleghi a figura obsoleta nelle future società.

Ritengo sia condivisibile il fatto che senza cultura umanistica non sia facile affrontare le nuove sfide che ci prospetta la società contemporanea.

La sfida è quindi tentare di costruire un vero Umanesimo Tecnologico o Digitale, dir si voglia, dotando l’uomo di una nuova sua centralità, con l’esigenza di rendere il mondo un posto migliore, senza per questo annullare il necessario confine, che per alcuni versi si sta tentando di annullare, tra uomo e macchina, eludendo una sorta di visione salvifica delle tecnologie in genere. Quadrato Rosso

[*] Professore a contratto c/o Università Tor Vergata, titolare della cattedra di “Sociologia dei Processi Economici e del Lavoro” nonché della cattedra di “Diritto del Lavoro”. Dirigente dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro. Le considerazioni contenute nel presente articolo sono frutto esclusivo del pensiero dell’autore e non hanno carattere in alcun modo impegnativo per l’Amministrazione cui appartiene.

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