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Anno IX - N° 43-44

Rivista on-Line della Fondazione Prof. Massimo D'Antona

Gennaio/Aprile 2021

Rivista on-Line della Fondazione Prof. Massimo D'Antona

Anno IX - N° 43-44

Gennaio/Aprile 2021

Il Ministero del Lavoro e i suoi Uffici periferici: la nascita e la storia


di Roberto Leardi [*]

Roberto Leardi 2

Da quel 1944-45 che vedeva l’Italia vivere, prima, gli ultimi, drammatici colpi di coda di una tragica guerra e, poi, l’euforia un po’ caotica conseguente alla liberazione da parte degli anglo-americani ed ai primi passi verso la democrazia.

Oggi a noi, figli del nostro tempo, può sembrare tutto molto scontato: la libertà, la democrazia, il pluralismo, i partiti politici, i sindacati. Ma per i giovani di settantacinque anni fa, figli di un tempo che aveva visto solo il fascismo e le corporazioni, scoprire che i soldati americani e inglesi avevano portato nei loro zaini non solo il concetto e le strutture per rendere operativa la libertà (democrazia, pluralismo, libertà di associazione), ma anche un modo tutto nuovo di concepire i rapporti sociali all’interno del mondo del lavoro (primo fra tutti, il sindacato), rappresentò davvero uno choc, anche se esaltante. Dalle corporazioni del fascismo al sindacato della democrazia.

“Si tenga presente che nel ventennio l’apparato burocratico più marcatamente di stampo fascista era proprio quello del Ministero del Lavoro (che aveva allora la dizione ufficiale di ministero delle Corporazioni). E questo retaggio di un apparato burocratico sostanzialmente forgiato dal fascismo e nel fascismo ha continuato a pesare negativamente per molti anni – è inutile negarlo – anche sul ministero del Lavoro della neonata democrazia italiana”.

Gli uffici del lavoro vennero istituiti dagli alleati a partire dal settembre 1943. Gli uffici di fatto sostituirono l’ordinamento corporativo voluto dal regime fascista e fino al 1948 restarono particolarmente indefiniti dal punto di vista delle competenze e delle responsabilità. Distinti in regionali e provinciali, inizialmente seguirono la divisione geografica voluta dagli alleati. Il decreto-legge n. 381 del 15 aprile 1948 ne modificò il nome in “uffici del lavoro e della massima occupazione”, a testimoniare l’investimento strategico che rivestivano nel quadro delle politiche pubbliche per il collocamento. Lo stesso decreto stabilì che tali uffici si dovessero occupare anche dell’emigrazione. Negli anni del dopoguerra, gli uffici del lavoro giocarono un ruolo fondamentale nell’articolazione delle nuove politiche migratorie volute dai governi repubblicani. Dipendenti dal ministero del lavoro, acquisivano periodicamente le informazioni sulle competenze richieste, le modalità e le destinazioni relative alle possibilità occupazionali all’estero. Ogni ufficio aveva il compito di pubblicizzare tali offerte di lavoro, fornire le informazioni di carattere burocratico necessarie alla preparazione della partenza e infine smistare gli espatriandi verso i centri di emigrazione. Gli uffici del lavoro dovevano anche registrare le domande di emigrazione e sottoporre gli aspiranti a un primo esame medico e professionale.

Leardi 43 44 1D’altra parte, il collocamento pubblico nasce nel periodo post-fascista, dopo la caduta del regime e dell'ordinamento sindacale corporativo. Infatti, con la legge n. 264 del 29 aprile 1949, recante Provvedimenti in materia di avviamento al lavoro e di assistenza dei lavoratori involontariamente disoccupati, si era disciplinata la materia della mediazione nel mercato del lavoro, sottoponendo il tutto a monopolio esclusivo degli organi dello Stato, essendo prevista la sanzione penale per gli intermediatori privati. In realtà la norma ricalcava perfettamente il sistema già vigente sotto il regime fascista, in materia di mediazione del lavoro. Si vedano gli artt. 2067 ss c.c. relativi alla vigenza dei contratti collettivi corporativi, ma soprattutto l'art. 2098 c.c. relativo alle Violazioni delle norme sul collocamento dei prestatori di lavoro, penalmente sanzionato.

La gestione pubblica implicava l'iscrizione in apposite liste tenute dagli Uffici di Collocamento, quali uffici periferici del Ministero del lavoro e della previdenza sociale, a chi fosse interessato, privo di occupazione o in cerca di una nuova. Il datore di lavoro, invece, che intendeva assumere del personale, doveva presentare una "richiesta di avviamento al lavoro", nella quale andavano inseriti soltanto dati relativi al numero dei lavoratori richiesti e la qualifica che dovevano possedere. Era la cosiddetta chiamata numerica. L'Ufficio di Collocamento disponeva l'avviamento del lavoratore. La nominatività era richiesta solo in caso di elevata professionalità o per i familiari del datore di lavoro. Il lavoratore mensilmente provvedeva ad annotare su apposito tessera, il C1, conosciuto anche come Tesserino rosa, lo stato di disoccupazione, al fine di non perdere il posto nelle graduatoria. In caso di lavoro, invece egli veniva cancellato dalla graduatoria per reiscriversi, su sua richiesta alla fine della prestazione lavorativa. Il rapporto di lavoro era poi trascritto sul Libretto di Lavoro previsto dalla legge del 1935, che attestava all’Ufficio di collocamento l'avvenuto effettuazione del lavoro, la qualifica conseguita, il periodo, ecc.

Un tetto e un lavoro è l'aspirazione di tutti alla fine della Seconda guerra mondiale. l’Italia è uscita provatissima dalle operazioni belliche che per gli anni della guerra l'hanno trasformata in un campo di battaglia, distruggendo case, fabbriche e impianti pubblici. Tre i tipi di danni provocati dagli eventi bellici: bombardamenti aerei alleati; distruzioni dei tedeschi in ritirata; devastazioni causate dai prolungati combattimenti. Disoccupazione ed emergenza abitativa sono tra i problemi più assillanti del dopoguerra, mentre l'Italia arranca per uscire dalla crisi. Disoccupazione ed emergenza abitativa sono tra i problemi più assillanti del dopoguerra, mentre l'Italia arranca per uscire dalla crisi. È in questa atmosfera che nasce il progetto di Amintore Fanfani, allora Ministro del Lavoro e della Previdenza sociale del governo De Gasperi, sottosegretario è Giorgio La Pira. Fanfani elabora il suo progetto turbato, come raccontarono i suoi più stretti collaboratori, «dalla visione del disagio di tante migliaia di disoccupati, colpiti non solo nel fisico per la mancanza del pane quotidiano ma anche nello spirito perché privati di un'occupazione come completamento della propria personalità».

Il «piano Fanfani» diventa legge il 28 febbraio 1949. L'obiettivo del governo è dare impulso all'attività edilizia, cercando di alleviare in questo modo la disoccupazione. Esso prevede la spesa di 15 miliardi di lire l'anno, per sette anni, da reperire attraverso prelievi sulle contribuzioni dei lavoratori, contributi versati dai datori di lavoro e l'intervento pubblico. Il progetto, che qualcuno vedrà come un eccellente volano di consenso e di voti, diventerà realtà in tempi brevissimi. Il 7 luglio 1949 si inaugura il primo cantiere, il 31 ottobre dello stesso anno ne sono in funzione 649, mentre settimanalmente saranno realizzati 2.800 alloggi e assegnate abitazioni a 560 famiglie.

Non a tutti il piano Fanfani piace. La Confindustria, dal canto suo propone il progetto proposto dal suo presidente Angelo Costa. L'atteggiamento della Cgil è duplice, da una parte si allinea alla posizione delle sinistre, Pci in testa, perché secondo loro grava sulle classi meno abbienti e non offre garanzie di equità nei criteri di assegnazione degli alloggi; dall'altra, la Cgil contribuisce alla elaborazione delle linee guida per lo sviluppo del progetto. Significativa da questo punto di vista la lettera di Amintore Fanfani alla Cgil nel giugno '49. In essa si ringrazia per la collaborazione non pregiudiziale offerta dal sindacato e si assicura circa la bassa incidenza del contributo sulle retribuzioni dei lavoratori e sul potere di acquisto dei salari in caso di una sfavorevole congiuntura inflattiva.

Quattordici anni più tardi, quando il Piano Ina-Casa decadrà, i suoi 20mila cantieri avranno impegnato «in occupazione stabile» 40mila lavoratori edili all'anno. Dando vita a un universo di 1.920.000 vani, pari a 355 mila alloggi. Parte dal «piano Fanfani» l'obiettivo dei governi di allora, tutti a guida Dc, che si propone di dare un vano per abitante. L'aumento vorticoso della popolazione nei grandi centri urbani incentiva lo sforzo pubblico e privato sorretto da congrue facilitazioni dal 1949 al 1962 saranno costruiti 14 milioni di vani, con una media di 1.500.000 annui. Sarà l'edilizia il volano della ripresa economica che porterà l'Italia tra i paesi più industrializzati.

E come i «professorini», Dossetti, la Pira, Moro e Fanfani seppero «convincere De Gasperi e improntare il modello di sviluppo dell'economia italiana, dove la casa era un punto fermo insieme al lavoro». «La casa quale bisogno sociale» e «Il piano come risposta all'emergenza occupazione». Quadrato Rosso

Liberamente tratto da:

storialavoro.it
wikipedia.org

[*] Rappresentante per la Regione Lazio nella assemblea Nazionale della Fondazione Prof. Massimo D’Antona Onlus

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